18

Renato Bazzoni, l’uomo che amava l’Italia

RenatoBazzoni - Fondo Ambiente Italiano

È davvero curiosa l’Italia. Tutti noi siamo sempre disposti a giurare con il dovuto orgoglio che il nostro è il Paese più bello del mondo. Per la sua natura, il clima, il paesaggio e per l’immenso patrimonio artistico. In effetti è senza dubbio un luogo traboccante di bellezza. Tuttavia se gran parte delle sue ricchezze non sono ancora state distrutte da scelte urbanistiche dissennate, avidità speculative e sciatta incuria si deve principalmente a poche persone che si sono battute da sole, in modo infaticabile, contro lobby potentissime. Uno di questi è stato Renato Bazzoni, che fu tra i fondatori del Fai – Fondo Ambiente Italiano. Il suo nome dovrebbe figurare in un ipotetico pantheon dei padri della “bella Italia”, a fianco di Giorgio Bassani, Elena Croce, Antonio Cederna e pochi altri. La storia delle loro vite ha coinciso con mezzo secolo di appelli e battaglie in nome della cultura e in difesa di un paesaggio aggredito da lottizzazioni, abusivismi e condoni. Appelli che, alla luce di quanto si presenta oggi ai nostri occhi, sono in gran parte caduti nel vuoto. Eppure Renato Bazzoni si distinse dagli altri pochi nomi impegnati in questa solitaria battaglia di civiltà, e proverò a spiegarvi perché.
Nel 1967 ideò la mostra “Italia da Salvare”, promossa da Italia Nostra, che fu tra le prime impietose testimonianze di beni e paesaggi culturali unici distrutti o fortemente minacciati. Ne curò sei edizioni in Italia, tre in Europa, diciannove negli Stati Uniti. Il momento sembrava propizio per scuotere le coscienze e mobilitare le iniziative. Bazzoni sognava di suscitare l’indignazione del mondo intero di fronte alla distruzione del Bel Paese, ma purtroppo si accorse di non riuscire ad ottenere neppure quella degli amministratori italiani. Così, anni dopo, cambiò strategia. Se lo Stato non aveva orecchie per ascoltare la rabbia di quanti avvertivano un “paese a termine”, tanto valeva sostituirsi alla sua ignavia. Nel 1975, con Giulia Maria Mozzoni Crespi, l’allora soprintendente di Brera Franco Russoli e l’avvocato Alberto Predieri, fondò il Fai – Fondo Ambiente Italiano. Fu questa la sua straordinaria, lungimirante intuizione. Non erano più sufficienti l’azione di denuncia, la protesta e l’indignazione. Con spirito pragmatico Bazzoni mise la cultura accanto alla disponibilità economica, sperando che in qualche modo avvenisse un’impollinazione incrociata, con un nuovo movimento per frutto.
Monastero_di_TorbaIl seme attecchì. Quando nel 1975 mostrò il piccolo e commovente Monastero di Torba, all’epoca destinato a scomparire, a Giulia Maria Mozzoni Crespi, che l’anno prima aveva ceduto la proprietà del Corriere della Sera ad Angelo Rizzoli, s’innescò la scintilla fondatrice. L’imprenditrice mise a disposizione la somma necessaria per acquistare il complesso monumentale e l’avventura ebbe inizio. Da quel momento la Fondazione cominciò ad acquisire abbazie, castelli, ville, boschi e tratti di costa, sottraendoli alla speculazione e all’abbandono, recuperandoli e aprendoli al pubblico.
A cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta ho lavorato con Renato Bazzoni. L’ho accompagnato in giro per l’Italia a spargere i semi della speranza. Erano momenti pionieristici, pochi ancora conoscevano il Fai. Intellettuali e imprenditori illuminati organizzavano nelle proprie città cene e conferenze offrendo a Bazzoni la possibilità di illustrare il suo progetto. Alcune delle donazioni ricevute dal sodalizio negli anni successivi si devono a quegli incontri. Bazzoni aveva moltissimo da raccontare e quando parlava produceva un magnifico fragore. Era convincente. La gente lo adorava.
La prima volta che visitai con lui Torba (che tra l’altro è un luogo adatto per trascorrere la vostra Pasquetta), volgendo lo sguardo alla torre costruita con materiale ricavato dalla demolizione di complessi cimiteriali di epoca romana mi disse: “Non è meravigliosa la fine tessitura della pietra di fiume?”. Certo, è meravigliosa. Ma quasi certamente non me ne sarei accorto se non mi avesse avvicinato a tanta bellezza con il suo entusiasmo. Ancora oggi, ogni volto che poso lo sguardo su uno scorcio di paesaggio, un’opera d’arte o un monumento ringrazio Renato Bazzoni per avermi insegnato a osservare.
Se qualcuno mi domandasse di indicare l’italiano dei nostri tempi che più di ogni altro si è adoperato per le nostre bellezze non esiterei a indicare il suo nome. Due giorni fa Renato Bazzoni avrebbe compiuto 91 anni. È volato ai Campi Elisi troppo presto, prima ancora di vedere la sua creatura decollare in modo definitivo verso il successo e la popolarità. Oggi, l’abside della chiesetta del Monastero di Torba custodisce le sue spoglie. Diciassette anni fa, pochi giorni prima di accasciarsi per strada mentre raggiungeva il suo ufficio, era stato insignito della medaglia d’oro di Europa Nostra per la causa cui si era interamente dedicato. Come un combattente. Il riconoscimento assegnatogli da una federazione pan-europea che ospita al suo interno 250 Organizzazioni non governative attive in 50 Stati, fu il segno evidente di come la sua attività e la sua persona avessero travalicato i confini. Eppure sul suolo patrio, in questo Paese dalla memoria corta, la sua figura è poco conosciuta.

Annunci
2

Senza Parlamento. Si può fare?

Mesi fa era in voga una teoria detta Tecnocrazia. Lasciamoci governare da tecnici e i nostri problemi saranno presto risolti. Abbiamo visto tutti come è andata a finire. La mia si potrebbe chiamare teoria dell’Assenza, e si spinge un po’ più in là della proposta di Beppe Grillo di fare a meno di un Governo e lasciare lavorare il Parlamento. In sintesi l’idea è questa. Togliamo gli chef dalla Tv. Togliamo gli architetti dalle Commissioni edilizie. Togliamo gli editorialisti dai giornali. Togliamo le Province e le Prefetture. Togliamo le l’Authority. Togliamo i “mandarini” dagli apparati di Stato. Togliamo le cariche multiple a professori universitari, consiglieri e accademici vari. Togliamo i monopoli.
Quanto al Parlamento. Ci sono milioni di italiani che sarebbero lietissimi di non tornare a votare. Togliamo i parlamentari dal Parlamento e non ci saranno più elezioni. Ma allora, si chiederà qualcuno, come la mettiamo con la prossima legislatura? Guardate, ho già dato un’occhiata alla prossima legislatura, e forse è meglio se chiudiamo bottega subito.

0

Quando i primi della classe cadono

Ministri_Terzi_e_Di_Paola

Diciamoci la verità, i primi della classe non sono mai simpatici. Li si guarda con fastidio, perché lui e non io? Oppure con sospetto, mah sarà davvero tanto bravo!? A volte poi succede che i primi della classe sbaglino. E noi mediocri godiamo. Giustamente. Sì, perché il primo della classe non ha meriti. Il più delle volte è arrivato in cima perché ha un talento che altri non possiedono, e il talento non se l’è mica conquistato. E’ arrivato per caso, come un 6 al superenalotto. O è arrivato per vie genetiche, perché la biologia non è democratica. Ci sono poi delle volte in cui il primo della classe non è davvero primo. Lo è diventato solo perché è ruffiano, paraculo  o raccomandato. Ecco quando cadono quei primi della classe, noi mediocri godiamo ancora di più.
Quelli che sono entrati a Palazzo Chigi un anno e mezzo fa, i Monti, Fornero, Passera, Ornaghi, Grilli e compagnia cantante ci sono stati venduti dalla stampa e dalle televisioni “importanti” (i giornali e le Tv che vogliono influenzare l’agenda del Paese, non raccontare i fatti) neppure come i primi della classe, ma come autentici fuoriclasse, di quelli che sei costretto a guardare con sudditanza: economisti e tecnici onniscienti, provenienti dalle migliori università, banche e accademie. Gente che con un solo battito di ciglia sparge saggezza in tutta una sala dove uditori adoranti attendono di essere illuminati. Ebbene, ora questi geni stanno ripiegando rovinosamente, in modo scomposto e senza orgoglio, al pari di soldati senza gloria e senza onore. Alzi la mano chi non si è vergognato di essere italiano ieri dopo aver visto Terzi e Di Paola, uno accanto all’altro alla Camera, uno che si dimetteva e l’altro no. Ma quei due lì, Bibì e Bibò della diplomazia nostrana, sono stati scelti da un uomo che il mese scorso, durante la campagna elettorale, di fronte alla domanda chiara di un giornalista (lei è favorevole o contrario ai matrimoni omosessuali?) ha gorgogliato e rantolato per sessanta secondi prima di rispondere in modo confuso.
Ecco chi erano, i salvatori della patria, i primi della classe. Che ora se ne andranno e, percorrendo a ritroso la strada che avevano disceso con tanta tracotanza, torneranno ai loro stipendi milionari nelle nostre università, nelle nostre banche e nelle nostre accademie. W l’Italia.

1

Perché non amiamo l’Italia?

crollo del muro perimetrale della domus del Moralista

Chissà se i delegati del Touring Club Italiano e del Wwf avranno spiegato a Bersani la portata di ciò che ha fatto l’altro ieri Barack Obama. Il presidente Usa ha proclamato cinque nuovi monumenti nazionali: sono il Charles Young Buffalo Soldiers in Ohio, che preserva la casa del primo colonnello afroamericano, il First State in Delaware, che racconta la storia del primo Stato americano a ratificare la Costituzione, l’Harriet Tubman Underground Railroad in Maryland, che celebra la vita di un conduttore di treni e attivista per i diritti degli afroamericani, il canyon del Rio Grande del Norte in New Mexico e l’arcipelago San Juan Islands nello Stato di Washington.  “Questi siti onorano gli eroi pionieri, i paesaggi spettacolari e la ricca storia che hanno plasmato il nostro Paese straordinario. La loro nomina a monumenti nazionali fa in modo che possano continuare a ispirare e essere goduti dalle future generazioni di americani” ha affermato il presidente durante la cerimonia di proclamazione. Nel suo primo mandato Obama aveva già “promosso” altri quattro siti. La legge che permette la nomina di monumenti storici, l’Antiquities Act, fu istituita nel 1906 dal presidente Theodore Roosevelt.
Secondo uno studio della National Parks and Conservation Association, ogni dollaro investito nei parchi nazionali genera almeno quattro dollari di indotto. Negli Stati Uniti le attività ricreative all’aperto creano un giro d’affari annuo di 646 miliardi di dollari, dando lavoro a più di sei milioni di persone.
Ci rendiamo conto di cosa si potrebbe fare in Italia? Ce lo sentiamo ripetere in continuazione: siamo il Paese che conserva la più alta percentuale di beni culturali al mondo. Ma il modo in cui trattiamo tutto questo ben di Dio è sconfortante. C’è chi dice che il nostro è un problema di abbondanza. Troppi beni architettonici e paesaggistici, troppi siti archeologici, troppe opere d’arte da tutelare. Ma se non sappiamo neppure quanti sono! Non esiste oggi una catalogazione dei nostri beni, specialmente dei reperti archeologici. E per i grandi musei statali non esiste una stima del valore delle opere possedute. Molte delle quali restano chiuse nei magazzini. Serve sollevare ancora una volta lo scandalo della gestione di Pompei? In nessun altro luogo al mondo un’area archeologica tanto importante sarebbe abbandonata all’incuria e al degrado in modo così riprovevole. Da noi si aspetta il prossimo crollo prima di tornare ad occuparcene.
I nostri politici da anni ripetono al pari di scimmiette ammaestrate: “la cultura deve agire come volano reale per la crescita”. Ma la verità è un’altra: in Italia la cultura e la natura non sono viste come occasioni di sviluppo. Ci si strappa le vesti contro il vandalismo e contro i musei che non possono competere con quelli delle altre nazioni. Ma poi quando si tratta di investire, non si investe. I fondi per i beni artistici e culturali sono allo 0,19% della spesa pubblica. Eppure qui si parla di crescita. Quella vera!

2

L’Italia barbara: più cemento per tutti

Cemento

Se il compianto Francesco Rosi potesse girare un remake del film Le mani sulla città, sposterebbe il set da Napoli a Milano. Nella prima inquadratura, dall’alto, ci sarebbero i grattacieli in costruzione nel quartiere Porta Nuova-Garibaldi. Poi sorvolando la grigia città, la camera riprenderebbe l’area della vecchia Fiera, Santa Giulia, Porta Vittoria. Il sacco di Milano, quello che ha trasformato l’Expo del 2015 (dedicato all’alimentazione!) in una colossale operazione immobiliare, si consuma nel silenzio assoluto. Eppure i milanesi sanno pasolinianamente tutto, conoscono i nomi dei responsabili politici, degli operatori immobiliari, dei finanziatori.
Il consumo di suolo è la più grande emergenza ambientale italiana, dalla quale discendono gli altri disastri: impoverimento della biodiversità, perdita irreversibile di suolo fertile, alterazioni del ciclo idrogeologico, mutamenti microclimatici. Continua a leggere

0

Squinzi come i Maya

C’è un’eco di Vecchio Testamento, un sentore di piaghe di Egitto, pioggia di rane e sciame di locuste, nella dichiarazione di Giorgio Squinzi. Il presidente di Confindustria,  a colloquio con il presidente del consiglio incaricato, Pierluigi Bersani, ha chiesto di fare presto e di formare subito «un governo stabile» perché per le imprese italiane il tempo sta scadendo. Ormai in uno stato «disperato», le aziende sono «vicinissime alla fine». In un post (Consumo quindi sono) di pochi giorni fa avevo ammirato la pacatezza di Squinzi, ma sono costretto a ricredermi. Definire dissennato il suo commento di ieri è dire poco. Da un imprenditore, anzi dal capo degli imprenditori è lecito attendersi toni più concreti e meno millenaristici. Ci siamo lasciati da poco alle spalle la fanfaluca delle profezia Maya e ora ci troviamo già a fare i conti con la vocazione apocalittica di Confindustria. La radicata tendenza dell’uomo, tramandata nei secoli, a credere sempre di vivere alla fine dei tempi, a considerare la propria scomparsa indissolubilmente legata all’estinzione del mondo intero, ha mietuto una vittima insospettabile. Squinzi, Confindustria, gli imprenditori tutti, o perlomeno buona parte di loro (tutti quelli che non accettano che siamo già entrati nella cosiddetta post growth economy, cioè in un’economia del “dopo la crescita”, e che non saranno più possibili incrementi esponenziali permanenti del Pil) farebbero bene a rivedere rapidamente i propri modelli economici di riferimento se non vogliono implodere divorati dalle loro stesse contraddizioni. La cosiddetta “terapia d’urto” invocata da Confindustria servirebbe soltanto a prolungare un poco l’agonia di un sistema tramontato. Tentare ancora di tenerci soggiogati, di promuovere la “fabbrica dell’uomo indebitato”, di spremerci fino all’ultimo centesimo significa non avere compreso la portata di ciò che sta accadendo.
Le iniziative messe in campo dalla governance internazionale dall’inizio della crisi ad oggi hanno assunto la dimensione di un crack senza precedenti che fanno legittimamente dubitare l’opinione pubblica europea. Austerità e deregulation del mercato del lavoro nascondono in realtà un segreto indicibile: la necessità di continuare a fare profitti. Ma la crisi finanziaria partita nel 2007 affonda le proprie radici proprio nella spinta estrema al consumismo generata in seno alla società americana. L’epilogo, come è noto, è stato che quella crisi ha contagiato buona parte del resto del mondo. E allora è ancora credibile chi ci spinge ad abusare dei prestiti ipotecari e delle carte di credito per vivere al di sopra delle nostre possibilità economiche reali? Chi ci spinge ad acquistare più beni di consumo e auto più grandi e lussuose di quanto ci potremmo permettere?
La crisi economica ci offre un’opportunità unica di investire nel cambiamento, di spazzare via la logica di breve periodo che ha afflitto la società per decenni, di sostituirla con una politica ponderata e capace di affrontare l’enorme sfida di assicurare una prosperità duratura. Alle persone desiderose di confrontarsi con questi temi dovremmo accordare la nostra stima e il nostro sostegno. Il resto è disperazione fuorviante. Gli stessi soggetti che ci hanno trascinato nel baratro senza lanciare nessun allarme preventivo si erigono oggi al ruolo di professori, medici e stregoni e dettano le soluzioni. O meglio, la soluzione. La solita: crescita economica. E siccome ormai non ci credono più neppure loro, ora ricorrono perfino al mito della catastrofe. La vocazione apocalittica si è inventata un nuovo mostro: la fine delle imprese.

2

Angelo Rizzoli: legge fuorilegge?

 Tra nuovo pontificato, manovre per un nuovo governo e la crisi che morde, è difficile trovare spazio per altre notizie. Ma la vicenda di Angelo Rizzoli invoca attenzione. In breve: l’ex editore del Corriere della Sera travolto nel 1981 dallo scandalo P2 (dopo 25 anni di battaglie giudiziarie e la depenalizzazione del reato di bancarotta fraudolenta in amministrazione controllata ne è uscito assolto, ma nel frattempo, piccolo particolare, aveva perso la società Rizzoli-Corriere della Sera) si era reinventato imprenditore televisivo. Lo scorso 14 febbraio è stato di nuovo arrestato con l’accusa di aver provocato una bancarotta fraudolenta cagionando “con dolo e per il profitto personale” il fallimento di quattro società controllate. 
L’ex editore, 70 anni, soffre di sclerosi multipla, diabete mellito, cardiopatia (ha avuto un infarto), insufficienza renale cronica prossima alla dialisi, ipertensione arteriosa, pancreatite, una pregressa mielopatia che comprime il midollo cervicale e aggrava l’emiparesi del braccio destro. Tutto certificato dai medici curanti e riscontrato dalla perizia del gip. Corrado Zunino due giorni fa ha trattato la triste vicenda sulla prima pagina di Repubblica. Finito di leggere l’articolo, Ivan Scalfarotto si è immediatamente recato in visita ad Angelo Rizzoli, avvalendosi della facoltà che gli è concessa in quanto parlamentare, e ha poi pubblicato sul Post un intervento di cui riporto un passaggio “ Ora io non sono né un giudice né un medico. Ma mi ha fatto impressione vedere un uomo di quell’età e in quelle condizioni di salute essere rinchiuso in una struttura carceraria. Per la mia mente, per la mia coscienza, per la mia lontana ma amatissima formazione giuridica, la libertà personale dovrebbe essere qualcosa di cui non essere privati mai, salvo che non sia assolutamente indispensabile. Con gli occhi del profano, e senza voler entrare nel merito, non posso non dire che la situazione di Angelo Rizzoli mi è sembrata abnorme. L’attesa di 40 giorni per un interrogatorio che confermasse la necessità di lasciarlo dov’è ora, mi è sembrata troppo lunga”. 
Stamani il Giornale è tornato sulla vicenda con un articolo intitolato: “Rizzoli in carcere Ora anche il Pd grida alla barbarie“. Il deputato Verini del Pd ha commentato il caso usando lo stesso aggettivo di Scalfarotto: abnorme. Il sentimento di riprovazione per il trattamento riservato a Rizzoli quindi sembra ora condiviso da molte forze politiche. Qualche bontempone si è invece spinto a dire che Rizzoli è uno della casta, un potente che sa difendersi da solo e non ha certo bisogno del sostegno di onorevoli, stampa e di altri ancora.
Angelo Rizzoli è uno della casta? Mah! L’espressione casta a questo punto meriterebbe una revisione o forse, ancor meglio, sarebbe da gettare nella spazzatura insieme con tutte le parole di cui si abusa e che vengono svuotate di significato. Ad ogni modo l’intera vicenda umana e professionale di Rizzoli sembra dimostrare che non è mai stato un potente e non ha mai fatto parte della nomenklatura. Per carità ci avrà messo anche del suo per consolidare un destino di imprenditore mediocre e uomo sfortunato, ma la sensazione è che di spinte verso il baratro ne abbia ricevute molte. Il punto però non è questo. Ciò su cui ci si deve soffermare è altro: Angelo Rizzoli è un uomo vecchio e malato. Perché viene tenuto in carcere in queste condizioni? E perché in più di quaranta giorni, tanti ne sono passati dall’arresto, è stato interrogato solo una volta, e frettolosamente?
La vicenda di cui è protagonista Rizzoli assomiglia a quella di tanti vecchi film già visti. Oh, per carità, come si conviene in questi casi, ricorro anch’io alla formula di rito: ho la massima fiducia nel lavoro dei giudici. Ma mi vergogno anche un poco di vivere in un Paese così.