Contronatura

Durante gli anni Settanta e Ottanta, negli Stati Uniti veniva aperto un nuovo centro commerciale ogni sette ore. Credo che nessuno stia tenendo un conteggio del genere in Italia, ma da noi sta accadendo qualcosa di simile con tre decenni di ritardo. Strutture mastodontiche, quasi sempre mostruose, fioriscono in prossimità dei grandi svincoli autostradali, lungo le tangenziali, alla periferia di città grandi, medie e anche piccole. Il fenomeno appare ancora più aggressivo in provincia. Com’è possibile che la vita nelle metropoli sia meno subordinata al mondo del consumismo rispetto alla vita nei piccoli borghi, che all’apparenza dovrebbero offrire più libertà di movimento e svaghi genuini? Una risposta a questo quesito ci viene offerta dal romanziere americano Jonathan Franzen nella sua raccolta di saggi intitolata Come stare soli. L’autore de Le Correzioni e Libertà spiega che la ragione è, in intesi, dovuta al fatto che le città rappresentano uno stadio anteriore, meno avanzato, nello sviluppo della compravendita. Franzen si spinge a dire che gli abitanti delle città sono meno soggetti al perpetuo incanto dei venditori moderni (sono dunque più scaltri?) e perfino che nella natura delle città c’è qualcosa capace di accrescere il senso di responsabilità individuale. Subito dopo precisa che gli abitanti delle metropoli non sono necessariamente consumatori meno fanatici degli abitanti dei sobborghi o della provincia, però, a suo dire, le strade di New York offrono molte più possibilità di vivere esperienze diverse dall’esborso di denaro di quante non ne offra il tipico centro commerciale.

Ora, se questo è vero per gli Stati Uniti, dove in realtà il concetto di civico e di commerciale sono stati sinonimi quasi fin dagli inizi, a maggiore ragione deve essere vero per l’Europa e l’Italia in particolare, dove, sì, le città storicamente hanno assolto anche a funzioni commerciali e produttive, ma oltre a queste ne hanno sempre avute anche altre, più antiche: centri di difesa, sedi di cattedrali e università, residenze di nobili e, soprattutto, espressione di identità e tradizioni regionali e locali.
Quindi, cosa è successo? Perché vecchie e piccole città che potrebbero essere luoghi ideali dove trascorrere l’infanzia, socializzare da adolescenti nelle piazze e svagarsi con la propria famiglia all’aria aperta sembrano invece avere dimenticato i proprio centri storici, i parchi e i giardini pubblici a favore di centri commerciali tutti uguali? Il nuovo tipo di passeggiata è una monotona scarpinata fra vetrine di negozi poste in sequenza, interrotte solamente dai banchi e i tavoli di fast food, una simil-città sradicata da qualsiasi luogo definito sulla superficie terrestre. Una volta dentro si potrebbe essere ovunque, alla periferia di Los Angeles come a Viterbo, a Shangai come a Monza. Lunghi corridoi anonimi e coperti, illuminati artificialmente, popolati da giovani e adulti che non sanno resistere al desiderio di acquistare, quasi fosse il solo modo conosciuto per dimostrare di esserci. Il fenomeno è ben spiegato in un libro geniale, City life, dal professor Witold Rybczynski, origini polacche, natali inglesi, una cattedra in Pennsylvania: “la città redditizia ha sostituito la città bella”. Intorno ai nuclei storici svuotati di fruttivendoli, salumai e panettieri e sempre più occupati da banche e agenzie immobiliari, prosperano nuove periferie di intrattenimento di massa. Anche gli ultimi residui di vitalità dei centri cittadini, i cinematografi, sono stati spazzati via dalle videocassette prima, i dvd poi e infine dai multisala. Sventrate e prosciugate dal cemento, le città si sono ripiegate su se stesse e hanno abdicato a favore dei centri commerciali.
L’economia dei consumi facili predilige prodotti di bassa fattura, che si logorino in fretta o si possano migliorare continuamente. Per una simile economia, la tradizione, il valore artigianale, la cura per il bello sono soltanto perdite di tempo. Nel lungo periodo è probabile che questa disgregazione territoriale, urbanistica e sociale produrrà conseguenze sgradevoli. Intanto, nel breve periodo, esige un pesante tributo alle nostre memorie e ai nostri costumi.
Nelle nostre città il regionalismo ha ceduto il posto ad una società multietnica. Peccato che le sole cose che un giovane informatico precario di Parma e un sikh occupato nella filiera del Parmigiano Reggiano hanno in comune sono l’imposta sul reddito e, forse, la lingua. Tuttavia sia l’informatico italiano che l’agricoltore indiano si recano in enormi centri commerciali a comprare paccottiglia per i propri figli e sono spinti al cinismo dalla pubblicità. L’Italia di oggi è un paese dove la specificità territoriale è stata sopraffatta dalla generalità commerciale. Ignorarlo significa corteggiare la svolta. Affrontarlo, tuttavia, comporta il rischio di ripetere continuamente la stessa tesi senza avanzare alternative: il consumismo è una macchina infernale, il consumismo è una macchina infernale…

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