La pelle di Curzio Malaparte

la pelle“Una volta si soffriva la fame, la tortura, i patimenti più terribili, si uccideva e si moriva, si soffriva e si faceva soffrire, per salvare l’anima, per salvare la propria anima e quella degli altri (…) Oggi si soffre e si fa soffrire, si uccide e si muore, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle. Tutto il resto non conta (…) È la civiltà moderna, questa civiltà senza Dio, che obbliga gli uomini a dare una tale importanza alla propria pelle. Non c’è che la pelle che conta ormai”.
Che libro scomodo, politicamente scorretto, crudo, implacabile e colto è La pelle di Curzio Malaparte. L’ho letto una prima volta al liceo, erano gli anni Settanta. Condizionato dal clima culturale, non ne colsi la potenza visionaria. Sprecai il tempo a cercare le prove dell’incoerenza di Malaparte, che è stato fascista e antifascista, vinto e vincitore. Solo molti anni dopo compresi che nelle sue contraddizioni l’autore era stato straordinariamente coerente. Aveva coltivato un’idea così diversa dell’Italia da riversare in quelle pagine grondanti di orrori tutto lo smarrimento per il martirio di un Paese e della sua identità.
Malaparte non ha fatto in tempo a vedere l’Italia moderna, è morto nel 1957. Eppure La pelle è un romanzo attuale, che ci inchioda alle nostre responsabilità correnti. Quelle di un popolo incapace di una tenuta morale.
La vera letteratura parla al di là del tempo. All’epoca perdemmo una guerra, oggi ne stiamo perdendo un’altra più sottile e strisciante. E non ce ne stiamo neppure rendendo conto. Il tempo globalizzato, di cui siamo infelici comparse, ha appiattito lo sdegno in indifferenza. Nella Napoli del 1943, lì sono ambientate la gran parte delle storie crudeli e impressionanti che animano il libro, si vendono maschi e femmine per sopravvivere. Oggi ci vendiamo per molto meno. Non più per la disperazione, ma per l’ottenimento disonesto del superfluo. La degradazione dei costumi l’abbiamo assunta come abitudine. Ecco dove sta l’attualità del potente monito malapartiano: la pelle conta più dell’anima.
Questo libro è stato rimosso per molto tempo dai percorsi letterari tradizionali. Invece faremmo bene a leggerlo e rileggerlo e dovremmo invitare i nostri figli a fare altrettanto. Perché nelle sue pagine c’è il principio del baratro in cui siamo caduti. In Europa molti guardano a Napoli come a una città in disfacimento, dove si vive tra rifiuti e camorra, dove si è vittime e conniventi di una realtà indecifrabile. E sempre più numerosi sono anche coloro che gettano lo stesso sguardo smarrito, e anche un poco sprezzante, all’Italia intera. Per tanti guardare la decomposizione della nostra nazione è rassicurante. Il Belpaese nell’immaginazione generale sta diventando un altrove. E se l’immoralità è altrove, che bisogno c’è di guardare dentro se stessi?

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