Mercati, maledetti mercati

A leggere i commenti sui giornali, a partire dal Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa e via via a scendere, sembra che la bontà di ogni scelta politica dipenda esclusivamente dal giudizio espresso dai mercati finanziari. Questi vengono considerati come attori economici neutrali, giudici spietati e inflessibili, ma imparziali, della credibilità e della reputazione di uno Stato sempre meno sovrano. Quand’è che i mercati finanziari hanno assunto questo peso specifico? Da quando rappresentano il senso comune? Da quando sono diventati l’espressione democratica ed efficiente delle scelte giuste?
Sempre più spesso di leggono frasi del tipo: “il provvedimento non piace ai mercati” oppure “i mercati bocciano la manovra” o ancora “attendiamo il giudizio dei mercati”. Chi diavolo sono questi misteriosi mercati? Ha scritto tempo fa Michele Serra su Repubblica: “Quando e dove è stato deciso che il loro giudizio conta più del giudizio dell’intera classe politica mondiale? Perfino i più esecrabili dittatori ci mettono la propria faccia, e a volte finiscono la carriera appesi a un lampione. Perché i mercati no?”.
Ripartiamo dal lessico e bandiamo parole vuote e impettite. All’espressione mercati sostituiamo quella di speculazione finanziaria. Il mercato, in senso stretto, allude a un luogo dove si scambiano merci e denaro per soddisfare bisogni. I mercati evocati oggi, invece, accumulano ricchezze scritte su files. Ma dove sono queste ricchezze?
Pietro Ichino, non a caso eletto nella Lista Monti, ha scritto che i mercati “siamo tutti noi, ogni volta che ci chiediamo se sia meglio investire i nostri risparmi prestandoli a Tizio o a Caio”. Concedo la buona fede, e allora esclamo: quanta ingenuità in queste parole! Negli ultimi decenni si è assistito a un processo di estensione continua dei mercati finanziari, che nel frattempo si sono concentrati in poche mani. I cosiddetti investitori istituzionali, termine apparentemente neutro con il quale si cela il virus che ha infettato il mondo intero, si sono ridotti di numero. Oggi poche società d’intermediazione mobiliare controllano quasi il 70% dei flussi finanziari. Il restante 30% è in massima parte detenuto da banche e assicurazioni, peraltro sempre più legate alle stesse società di cui sopra, e da pochi Stati sovrani. La quota di attività finanziarie mondiali detenuto da singoli risparmiatori è risibile, irrilevante. In tale contesto è facile comprendere come l’andamento dei mercati borsistici sia solo il risultato di precise strategie speculative e non certo di giudizi oggettivi.
Tuttavia ci dobbiamo rassegnare. Buona parte della stampa continuerà a propinarci le autorevoli, influenti ed esperte mani dei mercati. “I mercati non temono le elezioni italiane” ha dichiarato oggi Mario Draghi, e giù fiumi di inchiostro. Il potere dei mercati finanziari è violento. Viene imposto con la forza dell’intimidazione mediatica, è amplificato da stuoli di servitori. E la sudditanza dei grandi quotidiani altro non è che l’offerta votiva.

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