Ma come parli? Le parole da evitare

Qualcuno prima o poi scriverà un libro o magari farà un film sulla “grande bolla” della comunicazione. È un tripudio di esperti e studiosi del linguaggio e dei processi comunicativi. Eppure mai come oggi le parole appaiono spesso prive di significato, consumate, fiacche, svuotate da un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Involucri vuoti. Nei telegiornali trionfano le frasi fatte. Sulle pagine dei giornali scorrono fiumi di parole che non parlano. Nelle pubblicità si ripetono slogan afoni. E le dichiarazioni dei politici sono costellate di formule fisse, che distraggono l’ascoltatore e denotano soltanto pigrizia e trascuratezza. Anche negli ambienti di lavoro la musica non cambia. È un tripudio di locuzioni letali e irritanti termini stranieri di cui ci si ammanta per sembrare più capaci.
Per tornare a essere ascoltati dovremmo rigenerare le nostre parole e restituire loro un senso. Ci sono problemi più importanti e urgenti, è vero. Manca il lavoro, ma non sarà certo con le parole vuote che ne creeremo di nuovo. La forma a volte è sostanza, soprattutto nel linguaggio.

Già, direte voi, ma cosa possiamo fare per frenare lo straripante malvezzo linguistico che sta defraudando il nostro bello e antico idioma? Potremmo, per esempio, non farci sorprendere in compagnia di vocaboli vuoti, sciatti, sbiaditi. Cominciamo noi ad evitarli durante una conversazione o quando scriviamo. Facciamoli a pezzi. È il solo modo per ridare un significato a ciò che raccontiamo.
Questo è la mia personale lista di espressioni che vorrei non usassimo più, almeno per un poco. Io per primo, visto che uso le parole per mestiere. Le elenco alla rinfusa, come mi vengono alla mente (aggiungete le vostre): casta, voltagabbana, teatrino della politica, crescita zero, recessione, stagnazione, rigore, agenzia di rating, lunedì nero, venerdì nero, spread, monito del capo dello stato, intercettazioni, indignazione, precari, risorse umane, flessibilità, toghe rosse, outlook negativo, conflitto d’attribuzione, confitto d’interesse, veto istituzionale, processo mediatico, giustizia spettacolo, vivo rammarico, vibrante protesta, lodo, summit, differenziale, cervelli in fuga, forcaioli, garantisti, consociativismo, elementi indiziari, liberalizzazioni, flessibilità, downgrade, problem solving, establishment, default, welfare, policy, devolution, question time, fixing, chance, caos, giustizialismo, lavorare per progetti, implementare, stakeholder, target, team bulding, startup, business plan, governare il cambiamento, moral suasion, retail, vision, stringere la cinghia, rubricare, manovra economica, governance, debito sovrano, costi della politica, dare una scossa al paese, caduta del pil, liberalizzare i mercati, concertazione, tra virgolette, monitorare, finalizzare, riforma delle pensioni, riforma della scuola, riforma fiscale, riforma della giustizia, cortocircuito tra politica e giustizia, di tutto di più, quant’altro, oggi come oggi, autorità di vigilanza, leva finanziaria, veti incrociati, strappo istituzionale, cabina di regia, malpancista, antipolitica, immobilismo della politica, attendismo, cerchiobottismo, board, welfare, validare, invalidare, brandizzare, sistemico, svolta epocale.
Potrei continuare a lungo, ma se iniziassimo ad escludere queste espressioni dal quotidiano forse sarebbe già un paese migliore. Ah, ecco me n’è venuta in mente un’altra: paese migliore.

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