Cosa ha consumato il consumismo?

lavitaagra

Nel 1962 fece la sua comparsa nelle librerie italiane un titolo profetico, La vita agra di Luciano Bianciardi, capace di prevedere, con mezzo secolo di anticipo, l’Italia di oggi. È un libro che dovrebbe rientrare di diritto nei programmi scolastici e che invece pochi conoscono e ancora meno leggono. In tempi di grande entusiasmo, ha prefigurato i temi che progressivamente hanno preso piede nella nostra società: la crisi economica e di valori, il precariato, lo sfruttamento del lavoro intellettuale.

All’epoca il successo fu fulmineo. Dopo solo una settimana dall’uscita, sulla gloriosa terza pagina del Corriere della Sera spuntò l’elzeviro di Indro Montanelli, Un anarchico a Milano, che si concludeva così: “La vita agra è uno dei libri più vivi, più stupefacenti, più pittoreschi che abbia letto in questi ultimi anni”. Pochi giorni e la prima edizione andò esaurita, i giornali si riempirono di recensioni e interviste all’autore. Ma col trascorrere degli anni il libro venne dimenticato, o meglio si trasformò in uno di quei titoli di culto che, per timore, tengono lontani la gran parte dei lettori.
Nel suo capolavoro, Bianciardi rilegge (non oggi ma allora, quando tutti inneggiavano al miracolo) con ironica spietatezza e freschezza intuitiva l’Italia del boom economico, portando in luce l’altro lato della medaglia. Il rovescio dell’eccitante crescita del Pil è una realtà disumana e insostenibile, di cui oggi possiamo scorgere appieno tutte le debolezze. C’è un filo rosso che unisce questo libro a Storia della mia gente, il romanzo di Edoardo Nesi vincitore del Premio Strega 2011. Sotto il profilo letterario, i due lavori hanno poco da condividere. Ma l’invettiva dell’autore pratese contro la globalizzazione, che lo ha costretto a vendere l’azienda di famiglia, è il fatale epilogo della storia anticipata dalla lirica rabbiosa de La vita agra. Bianciardi si scagliava con lucidità contro le fiacche di un miracolo economico che ha fatto la ricchezza dei distretti industriali, gli stessi da cui è partita, forse tardi, la rivolta contro l’ultimo stadio della globalizzazione. Si chiamino Prato o Brianza, i distretti si sono composti per anni di decine e decine di aziende in continua crescita. Poi sono rimasti schiacciati dal passo marziale di un’accelerazione senza freni e senza ritegno, accompagnata da un pensiero unico, la crescita illimitata, al quale si sono accodati politici di destra e sinistra ed economisti di fama, alcuni dei quali, come abili Gattopardi, ora indossano i panni del salvatore. Prima ci hanno somministrato la bontà di un consumismo esacerbato, poi quella della globalizzazione, e intanto hanno fatto fuori il lavoro creativo e romantico del piccolo imprenditore e la dignità dei lavoratori. Spiegava Bianciardi che il consumismo qualcosa, e qualcuno, finirà pure per consumarlo: infatti è stata una progressiva, inesorabile erosione di tradizioni, valori e garanzie sociali.

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