Squinzi come i Maya

C’è un’eco di Vecchio Testamento, un sentore di piaghe di Egitto, pioggia di rane e sciame di locuste, nella dichiarazione di Giorgio Squinzi. Il presidente di Confindustria,  a colloquio con il presidente del consiglio incaricato, Pierluigi Bersani, ha chiesto di fare presto e di formare subito «un governo stabile» perché per le imprese italiane il tempo sta scadendo. Ormai in uno stato «disperato», le aziende sono «vicinissime alla fine». In un post (Consumo quindi sono) di pochi giorni fa avevo ammirato la pacatezza di Squinzi, ma sono costretto a ricredermi. Definire dissennato il suo commento di ieri è dire poco. Da un imprenditore, anzi dal capo degli imprenditori è lecito attendersi toni più concreti e meno millenaristici. Ci siamo lasciati da poco alle spalle la fanfaluca delle profezia Maya e ora ci troviamo già a fare i conti con la vocazione apocalittica di Confindustria. La radicata tendenza dell’uomo, tramandata nei secoli, a credere sempre di vivere alla fine dei tempi, a considerare la propria scomparsa indissolubilmente legata all’estinzione del mondo intero, ha mietuto una vittima insospettabile. Squinzi, Confindustria, gli imprenditori tutti, o perlomeno buona parte di loro (tutti quelli che non accettano che siamo già entrati nella cosiddetta post growth economy, cioè in un’economia del “dopo la crescita”, e che non saranno più possibili incrementi esponenziali permanenti del Pil) farebbero bene a rivedere rapidamente i propri modelli economici di riferimento se non vogliono implodere divorati dalle loro stesse contraddizioni. La cosiddetta “terapia d’urto” invocata da Confindustria servirebbe soltanto a prolungare un poco l’agonia di un sistema tramontato. Tentare ancora di tenerci soggiogati, di promuovere la “fabbrica dell’uomo indebitato”, di spremerci fino all’ultimo centesimo significa non avere compreso la portata di ciò che sta accadendo.
Le iniziative messe in campo dalla governance internazionale dall’inizio della crisi ad oggi hanno assunto la dimensione di un crack senza precedenti che fanno legittimamente dubitare l’opinione pubblica europea. Austerità e deregulation del mercato del lavoro nascondono in realtà un segreto indicibile: la necessità di continuare a fare profitti. Ma la crisi finanziaria partita nel 2007 affonda le proprie radici proprio nella spinta estrema al consumismo generata in seno alla società americana. L’epilogo, come è noto, è stato che quella crisi ha contagiato buona parte del resto del mondo. E allora è ancora credibile chi ci spinge ad abusare dei prestiti ipotecari e delle carte di credito per vivere al di sopra delle nostre possibilità economiche reali? Chi ci spinge ad acquistare più beni di consumo e auto più grandi e lussuose di quanto ci potremmo permettere?
La crisi economica ci offre un’opportunità unica di investire nel cambiamento, di spazzare via la logica di breve periodo che ha afflitto la società per decenni, di sostituirla con una politica ponderata e capace di affrontare l’enorme sfida di assicurare una prosperità duratura. Alle persone desiderose di confrontarsi con questi temi dovremmo accordare la nostra stima e il nostro sostegno. Il resto è disperazione fuorviante. Gli stessi soggetti che ci hanno trascinato nel baratro senza lanciare nessun allarme preventivo si erigono oggi al ruolo di professori, medici e stregoni e dettano le soluzioni. O meglio, la soluzione. La solita: crescita economica. E siccome ormai non ci credono più neppure loro, ora ricorrono perfino al mito della catastrofe. La vocazione apocalittica si è inventata un nuovo mostro: la fine delle imprese.

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