Corriere della Sera: la caduta degli dei

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La crisi del Corriere della Sera e del Gruppo Rcs viene da molto lontano. La contrazione del mercato pubblicitario, la concorrenza delle testate online e la riduzione dei contributi pubblici hanno inferto  duri colpi allo storico quotidiano, ma le cause del dissesto sono anche altre. Soprattutto altre. Il piano triennale di ristrutturazione annunciato dall’amministratore delegato di Rcs, Pietro Scott Jovane, che prevede il taglio di 800 dipendenti (tra cui 110 giornalisti al Corriere su circa 350) e un netto ridimensionamento delle attività, ha aperto uno scontro aspro. Il Corriere della Sera non è soltanto un quotidiano, è un’istituzione, è “la riserva editoriale della Repubblica italiana” come ha scritto Paola Peduzzi in un articolo pubblicato sul Foglio di sabato 30 marzo. Ma è anche qualcosa di più: è la casa dell’imprenditoria nostrana. Come è noto il Corriere non ha un editore, ma tanti azionisti di riferimento (tra gli altri Fiat, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Generali, Pesenti, Pirelli, Rotelli, Della Valle, Merloni, Unipol). Nella sua vita più che secolare, ha attraversato diverse e traumatiche esperienze: dall’esproprio di Luigi Albertini in epoca fascista fino all’attuale assetto di controllo multiproprietario, passando per l’assalto piduista al giornale attraverso il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Proprio quel momento oscuro venne sfruttato per sottrarre definitivamente la proprietà del Corriere a un editore e conferirla a una variopinta cordata di controllo. In molti hanno già smitizzato, con la forza delle cifre, la comoda lettura secondo cui il salvataggio del Corriere da parte della cordata Mediobanca-Agnelli & C. sia stato un sacrificio compiuto per il bene del Paese. In realtà non ci fu alcun intento benefattore da parte dei nuovi soci che nel 1984 acquistarono il rinato gruppo Rcs, perché molti di loro ricavarono lauti vantaggi da quell’operazione.
Ma torniamo ai giorni nostri. Era stato il patron della Tod’s, Diego Della Valle, circa un anno fa, ad aprire il caso Rcs, lamentandosi di una gestione troppo politica da parte dei grandi soci bancari e troppo poco orientata al business editoriale, con i soci-imprenditori tagliati fuori dalla possibilità di far rendere il proprio investimento. Ora che la scure dei tagli sta per abbattersi sui giornalisti, compresa qualche firma nota, il bubbone è esploso e le prime linee vanno allo scontro. Ma per difendere chi e che cosa? Gli amministrativi, i poligrafici e i giornalisti precari, oppure i manager e gli editorialisti? I “corrieristi” di vecchio corso si stanno strappando le vesti alla sola idea di dover lasciare la prestigiosa sede di via Solferino per trasferirsi nell’anonimato di via Rizzoli, alla periferia nord-est di Milano, a pochi passi dalla tangenziale. Orrore! Ve li immaginate con i loro tweed e i loro sigari sedersi alla mensa del Gruppo anziché ai tavoli dei raffinati ristoranti del centro? Che vergogna! Loro, i sapienti fustigatori dei vizi italici, costretti a lunghe corse in metropolitana, alla stregua di un qualsiasi pendolare. Che imbarbarimento!
L’assenza di un unico e vero proprietario ha favorito il proliferare di un management poco interessato a raggiungere lo scopo di una qualsiasi impresa: avere una redditività soddisfacente. Se i soci adoperano la partecipazione nel Corriere per consolidare le loro attività imprenditoriali, perché mai i manager non dovrebbero agire con lo stesso metro? Il banchiere d’affari Guido Roberto Vitale, già presidente di Rcs Mediagroup, aveva dichiarato tempo fa: che i soci abbiano delle responsabilità è fuori di dubbio, ma è anche un problema di privilegi concessi al personale, stratificati nel tempo, senza badare al conto economico. Quei costi, che secondo una discutibile tradizione sarebbero serviti a tenere alta la capacità professionale dei giornalisti, sono diventati nei decenni lussi leggendari. Voci di corridoio narrano di privilegi assurdi, nulla di verificato, sia detto, ma da molto il chiacchiericcio circonda i guadagni dei giornalisti del Corriere e di Rcs in generale: compensi astronomici agli editorialisti per poche righe di commento, stipendi favolosi per i direttori. Ora che la casa brucia viene buttato tutto fuori. Si racconta di note spese molto simili a quelle dei politici, in cui era permessa ogni cosa. Il risentimento che covava nel gruppo, tra gli stessi colleghi, tra i dipendenti di via Rizzoli e i “fighetti” di via Solferino, ora è riversato all’esterno. Il Cdr del Corriere ha finalmente deciso di svelare i misfatti e di raccontare che il management, mentre tagliava sulla cancelleria, si portava via la cassaforte. In un comunicato dello scorso febbraio si legge: “Da troppi anni ormai la Rcs, dove i piani di ristrutturazione si susseguono ai piani di ristrutturazione senza che assurdi sprechi vengano sfiorati, dimostra nei confronti dei propri manager una grande generosità, indipendente dai risultati”. Milioni di euro spesi fra buonuscite e buonentrate per oliare il frenetico turnover dei manager. Sì, avete letto bene, anche buonentrate. La nota del Cdr riprende un articolo apparso su un importante quotidiano nel 2007 e sciorina dati sconcertanti: il predecessore di Scott Jovane, Antonello Perricone, arrivato al timone della Rcs dopo che era saltata la sua nomina a direttore generale della Rai, avrebbe intascato un bonus d’ingresso di un milione. Avrebbe cioè percepito un superincentivo soltanto per mettere piede in azienda. Più 3,4 milioni di euro quando ne è uscito. Ma quella di Perricone è una misera liquidazione se confrontata con quanto incassato al momento dell’uscita da Vittorio Colao: 7,8 milioni; oppure dall’ex direttore generale Gaetano Mele: 9,6 milioni. Cifre che impallidiscono di fronte alla buonuscita di Maurizio Romiti: 17 milioni di euro, dopo un paio d’anni al timone della Rcs. Ottocentocinquantamila euro al mese. Fa notare il Cdr del Corriere: con quei 17 milioni si sarebbero pagati per un anno 400 dipendenti della Rcs Quotidiani, molti dei quali sono stati invece mandati in prepensionamento.
Qualcuno potrebbe obiettare che magari questi manager hanno procurato ingenti ricavi alla società. Fino al 2006 il gruppo Rcs “era in attivo, con un utile netto di 219 milioni e indebitamento praticamente zero”, scrive sempre il Cdr in un altro comunicato. Poi è arrivata l’acquisizione del gruppo spagnolo Recoletos, l’azienda editoriale spagnola che aveva 272 milioni di debiti ed è stata acquistata per 1,1 miliardi da Rcs nel 2007. Quell’affare è oggi noto come il più grande errore commesso da Rcs Mediagroup, un errore catastrofico, fatale, che ha fatto realizzare lauti guadagni ai venditori (la stessa famiglia Botin di Antonveneta) e al compratore, invece, ha rifilato un vero e proprio bidone. Rcs sta pagando ancora oggi i debiti e per questo ringrazia in particolare l’azionista-consulente dell’operazione, Mediobanca, che era presente anche al tavolo Mps-Santander. L’affaire Recoletos, respinto da Colao fu portato a termine da Perricone.
Dunque, dicevamo, la crisi del Corriere viene da lontano. L’anomalia dell’assetto proprietario che da sempre caratterizza il principale quotidiano italiano ora si è scontrata con la crisi finanziaria e del settore editoriale. Così sono venuti fuori i limiti degli azionisti di Rcs, che sono poi i limiti del capitalismo italiano. L’attuale situazione finanziaria dovrebbe rendere l’azienda contendibile, ma il Patto di sindacato tutela interessi consolidati che nulla hanno a che fare con le logiche di mercato. Lo sa bene Diego Della Valle, che ha provato ad alzare la testa, ma le sue ambizioni sono state prontamente ridimensionate da Giovanni Bazoli, presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo e della finanziaria Mittel, architetto dell’amministrazione straordinaria di Rcs dopo il caso P2 e il crac del Banco Ambrosiano e “grande vecchio” del sistema finanziario italiano. Dentro al Patto di Rcs, Bazoli rappresenta il custode di un potere che riconduce agli anni in cui c’era ancora l’Avvocato Agnelli e Fiat in Italia faceva il bello e il cattivo tempo. Allora come oggi, il Corriere è definito il giornale della classe dirigente. Ma quale classe dirigente? Quella di imprenditori che comprano e vendono con i soldi delle banche e che lucrano con le loro imprese, di fatto di proprietà dei risparmiatori, ma nelle quali questi ultimi guadagnano ben poco. Quella di imprenditori e banche che alimentano una giostra milionaria capace di arricchire manager e dirigenti, indipendentemente dalla qualità professionale.
Sono consapevole che quanto sto per dire in chiusura mi renderà impopolare, perché Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo sono due giornalisti che godono di un forte consenso. Proprio oggi Rizzo firma l’ennesimo pezzo di denuncia sui costi di Montecitorio. Tutto condivisibile. Certo che se le due prestigiose firme che hanno dato il via all’attacco alla casta avessero guardato un poco anche dentro casa loro…

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2 thoughts on “Corriere della Sera: la caduta degli dei

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