Gian Giacomo Gallarati Scotti: il conte amico degli orsi

orso

A differenza di quanto è accaduto sulle Alpi Francesi, Svizzere, Austriache e Tedesche, in Italia è sopravvissuto fino ai giorni nostri uno sparuto nucleo di orsi bruni. Pochi esemplari tenacemente arroccati nelle selve trentine della Val di Tovel e delle Dolomiti di Brenta. Attorno a quel minuscolo gruppo, tra la fine degli anni Novanta e il Duemila è stato avviato il progetto Life Ursus, che prelevando orsi bruni dalla Slovenia e liberandoli sui monti del Trentino occidentale ha favorito il processo di ricolonizzazione delle Alpi italiane. Non sono più rari gli avvistamenti di orsi in Alto Adige, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Alcuni animali particolarmente vivaci sono sconfinati anche in Svizzera, Austria e Germania, purtroppo a volte senza ricevere un’adeguata accoglienza. Se tutto questo è potuto accadere è merito di pochi uomini che nei decenni passati, quando il destino di questo animale, simbolo universale della natura selvaggia e icona delle Alpi, sembrava ormai tristemente segnato, non si sono rassegnati ad assistere inermi a una probabile estinzione, ma hanno lottato perché ciò non accadesse. Gian Giacomo Gallarati ScottiFra queste figure merita una menzione speciale Gian Giacomo Gallarati Scotti, che prima di ogni altro si è impegnato a favore dell’orso bruno delle Alpi. Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario della scomparsa di questo nobiluomo che ha vissuto in equilibrio tra il tramonto di un’epoca e la modernità di certe sue intuizioni e mi piace ricordare la sua figura. Gian Giacomo Gallarati Scotti nacque da una famiglia d’antichissime tradizioni, figlio di Gian Carlo, principe di Molfetta e duca di San Pietro, e di Luisa Melzi d’Eril dei conti di Magenta. Il nonno, il duca Tommaso Gallarati Scotti, era stato un personaggio mitico dell’aristocrazia milanese e quindi europea. Fin dall’infanzia Gian Giacomo visse nelle alte sfere e la sua fanciullezza trascorse felice. Fra i ricordi di bambino conservava con diletto le vacanze di fine Ottocento trascorse al Grand Hotel des Alpes di Madonna di Campiglio. Fu lì che la sua famiglia strinse amicizia con l’Arciduca Alberto, cugino dell’imperatore Francesco Giuseppe. I Gallarati Scotti furono sospinti verso le Dolomiti di Brenta dalla passione per la caccia del principe di Molfetta. Mentre i familiari s’intrattenevano con gli ospiti cosmopoliti di una élite di fine secolo, egli vagava per i monti, con le guide al seguito e la carabina in spalla, nella speranza di imbattersi in un orso. La famiglia Gallarati Scotti era solita trascorrere il mese d’agosto nell’astro di Campiglio. Il resto dell’estate, invece, lo passava nella villa di Oreno, ai margini meridionali della Brianza, dove si trasferiva dalla fine della scuola fino alla riapertura, dopo Ognissanti. In quel tranquillo paesino agricolo, la nobile casata possedeva un’importante dimora, cinta da un immenso e scenografico parco. Terminata l’estate, i Gallarati Scotti si ritiravano a Milano, nell’avita dimora di via Manzoni, situata di fianco alla chiesa di San Francesco di Paola. Lì, il giovane Gian Giacomo respirava a pieni polmoni tutto lo charme di un’epoca, e fra le pareti adorne dei quadri di Cesare da Sesto, Bergognone e Andrea Solario, assisteva all’andirivieni di ambasciatori, generali, baroni, contesse. Pare però che il “petit Molfetta” avesse una predilezione per Oreno, dove si poteva abbandonare al giocoso clima della vacanza fra ludi, danze e recite e, tra l’altro, nell’immenso parco che abbracciava la residenza estiva, poteva incontrare Griso, bellissimo esemplare d’orso bruno dei Carpazi, che suo padre, figura dai desideri “alquanto eccentrici e personali”, teneva in cattività. Il vecchio principe di Molfetta, con la sua passione per la montagna, l’escursionismo e gli animali, aveva tracciato attorno al figlio un circolo magico, dal quale era impossibile evadere. Così, a partire dagli anni Venti, Gian Giacomo Gallarati Scotti iniziò a dedicare risorse ed energie agli studi naturalistici, indirizzando in particolare i suoi sforzi verso la protezione dell’orso bruno. Ebbe una lunga e intensa vita politica che culminò con la nomina a Senatore del Regno. Forte di questo ruolo si adoperò per ottenere l’istituzione di un grande parco nazionale esteso ai gruppi orografici dell’Adamello-Brenta e della Presanella e con centro a Madonna di Campiglio. Purtroppo una forte ostilità fece cadere l’iniziativa. Riuscì invece, nel 1939, a far inserire nel nuovo Testo Unico sulla caccia, la protezione integrale dell’orso bruno su tutto i territorio nazionale.
Una volta ritiratosi a vita privata, la sua esistenza fu dominata da questa missione che restò viva fino alla morte: salvare gli ultimi orsi delle Alpi. Nel 1957 radunò nella sua villa di Oreno un piccolo gruppo di brave persone, che diedero vita a un sodalizio per la protezione dell’orso. Alla riunione era presente anche Dino Buzzati, il quale pubblicò, poi, un ampio e fantasioso resoconto. Dopo la nascita dell’Ordine di San Romedio, fra gli anni dal 1958 al 1962, il Gallarati Scotti pubblicò a proprio spese le sue tre monografie sull’orso: L’orso bruno di Linneo in Italia, La protezione dell’orso bruno in Italia e infine Gli ultimi orsi bruni delle Alpi. Nel 1967 finalmente fu istituito il Parco naturale Adamello Brenta, però ridotto nelle sue dimensioni rispetto alle proposte iniziali del conte. Purtroppo fino al 1988 è stato praticamente inesistente, tanto che ancora nel 1971 un orso fu ucciso proprio nei territori protetti. Per il ripopolamento, come spiegavo al principio, si è dovuto attendere fino al 1999, intanto i vecchi orsi trentini si erano ridotti a tre, forse quattro e non si riproducevano più da almeno dieci anni.
Dallo storico palazzo Soranzo di Venezia o dalla villa di Oreno, Gian Giacomo Gallarati Scotti continuò fino alla fine a dedicarsi ai suoi studi e a intrattenere rapporti con tutti coloro che avevano a cuore le sorti della natura. Il suo serbatoio vitale sembrava inesauribile. Tuttavia, nonostante la volontà di continuare non l’avesse ancora abbandonato, s’intuiva che fosse pervaso dal presentimento della fine. Gallarati ScottiEbbi occasione di incontrare l’anziano aristocratico nel 1981. Volli conoscerlo con tutte le mie forze dopo aver letto un suo vibrante intervento a favore della protezione dell’orso bruno pubblicato sulle pagine della rivista Airone, che proprio in quel periodo vedeva la luce. Ricevetti la netta sensazione di sedermi di fronte a un uomo d’altri tempi. Perdonatemi questa espressione di cui spesso si abusa, ma per quell’occasione è più che appropriata. Il Gallarati Scotti ha vissuto in un’epoca di transizione e ha conosciuto il senso amaro dell’inesorabile e reciproca indifferenza fra la storia e il destino individuale. Egli si è trovato in equilibrio tra il tramonto di un’epoca e la modernità di certe sue intuizioni. L’atmosfera di un mondo passato, il candore dell’idealismo e il sole della nobiltà d’animo hanno illuminato la sua lunga vita. Il 3 gennaio 1983 è volato ai Campi Elisi.

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