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Vivere con i libri #7 E scusate se torno di nuovo su Emma Bovary

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Non ha importanza sapere se Flaubert abbia mai pronunciato veramente la celebre frase “madame Bovary c’est moi”. Verità storica o falso letterario che sia, l’affermazione è comunque felice, perché racchiude quel processo simbiotico che deve avere inevitabilmente accompagnato l’autore durante il lavoro. Una simbiosi che si manifestava anche in una sofferenza fisica di cui Flaubert più volte parla alla sua Luoise Colet. “Ah la Bovary! Me ne ricorderò! Mi pare che sottili lame di temperini mi penetrino nelle unghie e ho quasi desiderio di digrignare i denti”, scrisse dal rifugio di Croisset. E ancora, in un’altra lettera buttata giù alle due di notte: “ Dalle due del pomeriggio sono con la Bovary. (…) sudo e ho la gola chiusa. (…) quando ho scritto quella frase ho avuto un attacco di nervi, ero così fuori di me, sbraitavo così forte, sentivo profondamente quel che la mia piccola donna provava”. Solo questo procedimento maniacale poteva portarlo a descrizioni di una intensità profonda e audace al tempo stesso: quando si incontra con Léon in albergo, Emma si sveste “brutalmente”, strappando il legaccio sottile del busto, che le vibra attorno ai fianchi “come una biscia che scivoli”. E al lettore pare di sentirlo il sibilo.
Sartre ha scritto che in Madame Bovary Flaubert si è travestito da donna. Vi è del vero in questa affermazione, perlomeno se la si vuol interpretare nel senso che Emma è la donna, così come la creerebbe un uomo, animal pur. Baudelaire, grande ammiratore dell’opera, sostenne, invece, che Flaubert, incapace di svestirsi della sua identità sessuale e di farsi donna, infuse il suo “sangue virile” nell’eroina. È così che Emma si eleva a donna ideale, almeno per l’uomo, dotata di ambizione, immaginazione e furore erotico. È così che si ottiene un’inversione del prodotto, e che i difetti della signora Bovary diventano qualità. Come Pallade armata, uscita dal cervello di Zeus, l’eroina flaubertiana conosce tutte le seduzioni di un’anima virile in un piacente, affascinante corpo di donna.

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Mafia a Milano, summit segreto a Buccinasco. E ci risiamo

La notizia è di quelle pesanti. E dovrebbe far vacillare anche chi testardamente continua a credere che la fama di Buccinasco sia immeritata. Quale fama? Quella di essere la capitale della ‘ndrangheta nel Nord Italia. Inquadriamo il contesto per i non milanesi. Buccinasco è una città con più di 30mila abitanti  immediatamente a ridosso del capoluogo lombardo. Sotto l’aspetto urbanistico è una realtà strana, sicuramente diversa da come molti la possono immaginare. Non è il classico paesotto di prima cintura metropolitana, con i suoi casermoni tristi e l’aria grigia. Sì, certo, non mancano edifici e anche interi quartieri di squisita bruttezza, risultato delle spartizioni del territorio fra i partiti politici che si sono succeduti alla guida della città. Però a dominare l’aspetto sono altri elementi: al di qua della tangenziale milanese ci sono molti parchi e aree verdi, laghetti nati dall’attività estrattiva ma oggi connaturati da una certa amenità, quartieri cosiddetti residenziali, ossia villette e piccole palazzine coronate da bei giardini. Al di là della tangenziale c’è la campagna verdeggiante con ciò che resta delle sue antiche cascine. Partendo dal centro di Milano e procedendo per pochi chilometri in direzione sud-ovest, lungo l’asse del Naviglio Grande, si possono raggiungere scampoli agresti di un certo interesse, ci si può perdere fra fontanili, rogge e marcite. Dove? A Buccinasco.
Ma questo aspetto gradevole che distingue la cittadina da quelle confinanti e da molte altre della cintura metropolitana milanese è schiacciato dal nomignolo con cui la stampa è solita definire Buccinasco: la Platì del Nord. Tempo fa, è cosa nota, Nando Dalla Chiesa e Martina Panzarasa hanno pubblicato per Einaudi un libro intitolato Buccinasco. La ‘ndrangheta al nord. Il lavoro inquadra con l’aiuto di numerosi particolari la storia di un paese diventato nei decenni una sorta di succursale degli ‘ndranghetisti calabresi. Per la verità non offre grandi novità, perlomeno a chi segue da tempo le vicende, e non è neppure privo di qualche errore nell’esposizione dei fatti. Tuttavia ha il merito di avere messo nero su bianco e in chiave divulgativa ciò che è già scritto negli atti di numerosi processi di rilevanza nazionale. Gli amministratori di Buccinasco, però, sindaco e vicesindaco in testa, non hanno gradito l’operazione editoriale, anzi hanno avuto una reazione decisamente stizzita e hanno accusato Dalla Chiesa di infangare il nome della città e dei suoi abitanti. Da qui ne è nata una polemica che è rimbalzata prima sui blog e poi  sulla stampa. Ci sono stati vari botta e risposta fra i politici locali e l’autore. Quest’ultimo ha cercato di spiegare che è sbagliato considerare gli ‘ndranghetisti presenti come un corpo estraneo che fa i suoi affari senza contatti e collegamenti. Per il resto si è assistito al solito copione, compreso reazioni scomposte e minacce di querele a largo raggio.
Ma torniamo all’inizio e scusate se mi sono dilungato tanto. Qual è dunque la notizia pesante? Quella pubblicata ieri da Il Fatto Quotidiano secondo cui nei mesi passati a Buccinasco si è svolto un incontro tra i rappresentanti di tre potentissime cosche della ‘ndrangheta. Qualcosa che ricorda lo storico vertice del 1981, quando ai tavolini di un bar si accomodarono i maggiori rappresentanti delle cosche di Platì, Africo e San Luca. Il gotha della ‘ndrangheta. Oggi come allora, di mezzo ci sono traffico di droga e i nuovi assetti delle cosche. L’incontro, o forse gli incontri, sono avvenuti mentre gli amministratori locali si scagliavano contro Nando Dalla Chiesa, reo di avere macchiato l’onore della città. Ora, un sano orgoglio campanilistico potrebbe anche essere compreso, ma non può spingere ad attaccare chi denuncia e si batte contro le mafie. Lo scorso febbraio, il vicesindaco di Buccinasco commentando sul suo sito l’adozione del nuovo Pgt comunale ha scritto: “Se questo fosse un comune “normale” di una nazione normale, ieri sera, durante la seduta dedicata all’adozione del nuovo piano regolatore (PGT), ci sarebbe stata una folla di giornalisti, televisioni, centinaia di cittadini orgogliosi di vivere a Buccinasco. Invece? Invece c’erano “quattro gatti”, tra i quali alcuni tipici personaggi da bar, più adatti al “bianchino” e al tressette in oratorio che a fungere da pubblico in questa storica occasione. Naturalmente i media e l’attenzione sono dedicati, come sempre, a personaggi negativi, cialtroni come Corona e le sue gesta, affascinante esempio di un’Italia malata… e poi oramai Buccinasco interessa solo quando si deve parlare di ‘ndrangheta, quasi sempre a sproposito… ma tanto a chi frega veramente della verità?”.
Già, a chi frega veramente della verità?

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Vivere con i libri #6 La musica della vita nei romanzi di Paula Fox

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Per una vita è stata una outsider, un’autrice perlopiù ignorata, dalla critica e dal pubblico. Poi un giorno Jonathan Franzen ha parlato di lei definendola la maggiore scrittrice nordamericana vivente. Così Paula Fox a più di ottanta anni si è presa la rivincita ed è diventata un caso letterario. Anche l’editoria italiana, che non brilla certo per coraggio e lungimiranza, ha seguito l’onda. Dopo Quello che rimane, considerato il capolavoro della Fox, è questo il romanzo elogiato da Franzen, è stato ripubblicato Il segreto di Laura (datato 1976) e via via Fazi ha tradotto anche gli altri titoli. Paula Fox è maestra nella descrizione dei rapporti famigliari, forse grazie alla sua travagliata esperienza personale, raccontata in un’appassionante biografia, Borrowed Finery, che ha contribuito a fare di lei un personaggio di culto. Jonathan Franzen ha scritto che Quello che rimane è superiore ai romanzi di autori come Updike, Roth, Bellow. “Credo che Franzen abbia esagerato, che abbia usato un metro di giudizio poco “letterario”. Non mi sento per nulla a mio agio con quelle parole. E comunque non penso che la competizione letteraria sia molto sana, se non altro perché ora probabilmente mi sono guadagnata l’odio di tutti gli autori citati da Franzen. Dopo aver letto quelle parole sono stata lusingata per circa cinque minuti, poi sono tornata a scrivere” ha dichiarato la Fox anni fa in una delle rarissime interviste apparse in Italia (Corriere della Sera, 2004). I suoi libri, scritti negli anni Settanta, sono ancora molto attuali, profetici paulafox Quello chedirei. Del resto, come ha detto lei stessa, “gli elementi più profondi della nostra esistenza, quelle note che formano la musica della vita, non cambiano nel corso dei secoli (…) Prendete la violenza familiare di cui parlo nei miei libri. Ed è inutile sforzarsi di dire cose nuove: Socrate e Aristotele hanno già detto tutto”. In Quello che rimane la protagonista, Sophie, viene morsa da un gatto randagio, episodio che minaccia di far franare tutto il castello perfetto della sua vita. È uno spunto autobiografico? “Sì. Il mio morso era molto meno serio di quello di Sophie ma è da quell’esperienza che è scaturita l’idea – ha commentato la scrittrice nella stessa intervista. – Proust parlava di un’antica tecnica giapponese che consisteva nel buttare dei pezzettini di carta in un vaso pieno d’acqua e osservare le forme infinite che quei coriandoli assumevano assorbendo l’acqua, diventando, sulla base dei nostri ricordi, case, persone, eventi”. La Fox ha avuto un’infanzia molto difficile. I suoi genitori prima la misero in un istituto, poi l’affidarono ad altre persone. “Il concetto di famiglia mi è sempre stato estraneo – ha spiegato. – Non sono mai appartenuta a nessuna famiglia che si possa definire tale, ed in questo senso sono sempre stata completamente libera. È un vantaggio o una condanna a seconda di come la vedi”. Non appartenere a una famiglia o a una conventicola ha regalato alla Fox un’autonomia di pensiero eccezionale.
paulafox Costa-OccidentaleBenché abbia amato molto Quel che rimane, preferisco, per quanto possano interessare i miei giudizi, Storia di una serva e Costa Occidentale. Ma l’unica cosa certa è che Paula Fox merita di essere letta tutta, ma proprio tutta. Perdonatemi questa banalità, ma ogni volta che in una libreria vedo qualcuno scegliere uno di quei banali, spesso orribili, titoli da classifica e sullo stesso banco, di fianco o poco distante, occhieggia un romanzo della Fox, sono tentato di afferrare il polso del compratore per impedire l’incauto acquisto.
Nella travagliata esistenza della scrittrice c’è stato spazio anche per una figlia avuta in giovanissima età, paula-fox-storia-di-una-serva-dalla quale è stata lontana per decenni. Tra i nipoti della Fox c’è la cantante Courtney Love, che aveva sposato il leader dei Nirvana, Kurt Cobain. A proposito di figli e quindi bambini, Paula ha scritto anche molti libri l’infanzia, spesso dai temi difficili: la morte, l’Aids, l’emarginazione. “Scelgo questi temi – ha spiegato – perché io mi sono sempre sentita una outsider. In fondo ogni bambino lo è in un certo momento della sua infanzia, ad intermittenza. Scrivo, o meglio scrivevo, di cose che venivano considerate pericolose, e di cui di solito si parlava poco. Ora di pericoloso è rimasto ben poco e dunque non scrivo più libri per bambini. Coleridge diceva che non c’è nulla di più pericoloso e sbagliato dell’insegnamento delle virtù. Ai suoi tempi c’erano molti libri di quel tipo e purtroppo ve ne sono anche oggi”.
La Fox ha cominciato a scrivere a quarant’anni, in Grecia, durante una pausa di sei mesi che si era presa. “Sono rimasta sorpresa quando qualcuno si è offerto di pubblicare i miei scritti” ha sempre dichiarato. La sua storia potrebbe indurre a credere che c’è una speranza per tutti. Forse è così. Ma attenzione, la sua scrittura e il suo talento sono merce assai rara.

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Gli avvoltoi che speculano e si arricchiscono sulle nostre rovine

Povertà

Non se ne può più. Letteralmente. Non passa giorno, ma che dico giorno, non passano ore, minuti senza che ci venga propinata l’ennesima indagine sulla crisi e la rovina delle famiglie italiane. L’immagine che emerge è sempre più sconfortante: crolla il potere d’acquisto, peggiorano le condizioni del ceto medio e cresce il numero delle persone in chiara difficoltà economica. La triste litania ci viene somministrata con quotidiano strazio da giornali e Tv. I conduttori dei Tg fanno a gara per chi strilla di più sui titoli di testa: “Sale al 35% il tasso di disoccupazione giovanile!”, “Chiudono mille aziende al giorno!”, “Si ammazzano gli imprenditori!” e “Stramazzano i consumi”.
Complici di questo balletto di cifre sono gli Istituti di ricerca, Istat in testa, i Centri Studi di Confindustria e delle Camere di Commercio e a seguire quelli delle innumerevoli quanto inutili Associazioni di categoria. C’è un esercito di predoni per cui la crisi è un business. Poggiano il culo sulle loro comode poltrone, leggono qualche dato, interpellano un paio di esperti, fanno condurre sondaggi a un plotone di disperati sottopagati e alla fine, compiaciuti, diramano il loro comunicato. Che tutti inconsapevolmente diffondono dalle righe dei propri quotidiani o dalle telecamere delle proprie Tv, sempre e naturalmente col culo poggiato su comode poltrone. Mai nessuno di loro si domanda quale possa essere la reazione di chi sta dall’altra parte, cioè dei lavoratori che temono di perdere il posto, dei disoccupati, degli imprenditori prossimi al fallimento, delle famiglie costrette non a un risparmio virtuoso, ma a mendicare fra gli avanzi di un mercato rionale. No, non se lo domandano, statene certi. E non gliene potrebbe fregare di meno. Oh sì, parlano di povertà. Anzi, siamo proprio un Paese fortunato, sempre più povero, ma ricco di paladini dei poveri. Perché parlare di povertà è diventato il nuovo esercizio di oratoria dei nostri opinionisti e dei nostri conduttori televisivi. La Tv spazzatura ama mandare in onda scene di anziani ripresi mentre rovistano fra la spazzatura. È un cerchio che si chiude. Ma i nostri filantropi a gettone non sanno nulla di povertà, lo trattano come un qualsiasi altro argomento. Potrebbe trattarsi di guerre, stragi o calamità naturali, invece è solo povertà. Tanto loro restano inesorabilmente attratti dai rapporti di forza e dal peso del denaro.
Diciamoci la verità: chi vive in questa terra di mezzo che si allarga senza pietà, dove si trovano persone non ancora classificabili come povere, ma che versano innegabilmente in uno stato di insicurezza e di instabilità crescente, non ha proprio voglia di sentirsi raccontare ogni giorno storie di giovani precari e cinquantenni espulsi dal mondo del lavoro. Chi ha paura del futuro, chi cammina su una fune, in equilibrio incerto, con il timore di cadere proprio là, dove vivono i poveri, ricava dalla vita quotidiana lo stato di difficoltà crescente, e non ha proprio bisogno di conoscere i dati delle ultime indagini della Cgia di Mestre o della Camera di Commercio di Monza e Brianza, tanto per citare un paio di “attivisti” del terrore.
Un’ultima considerazione, ma prima una premessa. Avviso i gentili lettori che questo argomento potrebbe non essere di loro gradimento perché già trattato a sufficienza. Chi non fosse interessato a sentire una questione trita e ritrita è pregato pertanto di chiudere il post. E abbia anche le mie scuse per avergli fatto leggere le righe precedenti. Dunque dicevo, un’ultima considerazione. In tutte le situazioni di crisi, anche le peggiori e le più atroci come i conflitti sanguinari, c’è chi si arricchisce. Si tratta di un semplice, quanto odioso dato storico. In questo momento si scende, scende, scende. Ma non dimentichiamoci che mentre noi altri poveracci diventiamo proprio pezzenti, c’è chi può permettersi di attendere, attendere e attendere ancora. Attendere cosa? Be’ che i prezzi delle cose accumulate con fatica durante la nostra vita (per esempio la casa in cui si vive) diventino irrisori, così che possano portarceli via per un pugno di mosche. Erano ricchi e a fine crisi lo saranno molto di più.

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Riccardo Cassin, l’uomo che si fece montagna

Riccardo Cassin

Sette anni fa, era esattamente il 22 maggio del 2007 ma lo ricordo come fosse ieri, trascorsi un intero pomeriggio con Riccardo Cassin, uno dei più grandi, per molti “il più grande”, alpinista della storia. Scomparve nel 2009, all’età di 100 anni, e quella che ebbi la fortuna di raccogliere quel giorno è una delle ultime interviste rilasciate dal leggendario “uomo rupe”, come lo definì l’amico Fosco Maraini. Ve la ripropongo oggi, sempre con un filo di emozione.

La prima cosa che gli guardo sono le mani. Quelle mani che infinite volte hanno accarezzato la roccia alla ricerca di solidi appigli o di fessure nelle quali piantare chiodi. Sono mani robuste e nodose, ma agili. Belle da guardare. Il dorso è solcato da vene azzurrognole. Riccardo Cassin è l’iniziatore dell’avventura. È vento nocchiero, esperienza, pensiero e muscolo dell’alpinismo italiano. La sua vita racchiude un secolo d’emozioni, di scalate, di prime assolute. Di imprese d’altri tempi, che oggi nemmeno ci sogniamo. Pronunci il suo nome e ad ogni latitudine del globo il pensiero corre a Lecco e ai Ragni, al Resegone e alle Grigne. Nessuna altra voce può raccontare meglio l’anima montana del Lario. Perché la sua meravigliosa avventura è cominciata proprio qui, sulle pareti e sui pinnacoli di casa.
Riccardo Cassin, mito vivente dell’alta quota, si sta avvicinando al suo centesimo compleanno. Mi riceve nella sua casa di Maggianico, mentre sta guardando il filmato di una spedizione in Afghanistan portatogli da Luigino Airoldi, uno dei suoi allievi prediletti. Prima d’iniziare la nostra chiacchierata mi scruta con i suoi occhi ancora vispi, forse per cercare un’affinità d’ambiente. Anch’io lo osservo. Me l’aspettavo, non so perché, un po’ più alto. Invece è un ometto basso. Me l’aspettavo con la pelle raggrinzita dal vento, dal sole e dal gelo, invece ha un incarnato roseo, a dispetto dei suoi anni.
Pascal disse che tutta l’infelicità dell’uomo proviene da una causa sola, non sapersene star quieto in una stanza. Vorrei chiedere a Riccardo Cassin se è questo horreur du domicile che l’ha spinto sulle vette più impervie e imbastire con lui una chiacchierata intorno al pensiero pascaliano. Ma so che il maestro non ama la speculazione intellettuale legata all’alpinismo. La sua è una montagna ben definita, che non rappresenta nulla di simbolico. Tuttalpiù si limita ad essere, come egli ama ripetere, una severa maestra di vita. In un articolo apparso nel 1934 sul settimanale Il popolo di Lecco sta scritto: “Intervistare Riccardo Cassin sulle sue prodezze alpinistiche è faccenda assai seria, qualche cosa come affrontare un sesto grado […] Atleta completo sotto ogni aspetto, fisicamente forte, agile, prudente e calmo, sembra estraneo a tutto ciò che si riferisce alle sue doti eccezionali e alle sue brillanti imprese crodaiole”. Del resto Riccardo è friulano di nascita e lecchese d’adozione, due terre notoriamente laboriose e poco inclini alla ciarla. Consapevole di tutto questo non trovo di meglio che partire dal principio.
Cassin mi racconta come è arrivato a Lecco?
«Era il 1926, avevo 17 anni. Lasciai mia madre e mia sorella a San Vito al Tagliamento per raggiungere l’amico Bepi Minett che si era trasferito da uno zio impiegato nella tramvia Lecco-San Giovanni. Gli avevo scritto per sapere se c’era lavoro sulle rive del Lario e lui mi rispose che sì, il lavoro non mancava, ma la cosa migliore era di venire a vedere. Una volta arrivato a Lecco cominciai a fare il fabbro alla Possenti, una ditta che faceva macchine per insaccati. Una domenica, Emilio Possenti, uno dei tre fratelli soci, mi portò in gita al Resegone. Fu il mio primo contato con la montagna. Ricordo che salii con i vestiti e le pedule da lavoro. Quando arrivammo in cima esultammo. Ci pareva di avere conquistato chissà che cosa. Poi scendemmo per il Canalone di Val Negra e per il Passo del Fò fino alla capanna Stoppani, sempre perseguitati da una fame da lupi. La gita al Resegone segnò una svolta decisiva nella mia vita».
Comincia tutto così, con una scampagnata sulla cima che corona la città di Lecco. Per Cassin è amore a prima vista e da quel momento ogni attimo rubato al lavoro viene trascorso in montagna. Nemmeno lui però, quella domenica, poteva immaginare che sarebbero seguite duemilacinquecento ascensioni e cento prime assolute. Partendo dalla Grigna.
«Il contatto con la Grigna avvenne due settimane dopo la salita al Resegone. C’incamminammo di buon mattino lungo la Val Calolden, come si usava fare prima che fosse costruita la strada carrozzabile dei Piani Resinelli. Sopra di noi c’erano nuvoloni carichi di acqua. Tornare indietro, però, manco a parlarne. Per quindici giorni la gita era stata l’argomento principale dei nostri discorsi e a nessun costo eravamo disposti a rinunciarvi. Avanzammo con gamba lesta in mezzo al bosco. Purtroppo avvenne quel che era facile pronosticare: a un tuono ne segui un altro, e appena sopra il rifugio Porta il temporale ci investì».
Ma in tutta la sua carriera l’inossidabile Riccardo è andato sempre e solo avanti, senza cedere neppure nel mezzo di una tempesta. Un commento è diventato celebre “Dove attacca Cassin ci lascia il segno”.
«Una volta che la salita era decisa non tornavo indietro» dichiara perentorio. I suoi occhi vagano con i ricordi. A volte sembra esitare. Poi, come d’incanto la memoria affiora di nuovo e prorompe in battute fulminee. «Non sono mai stato sconfitto. Tutte le mie salite le ho sempre portate a termine al primo colpo. Non ho mai dovuto fare due tentativi della medesima salita».
Non sono mai stato sconfitto. Lo dice più volte Cassin, è il suo mantra. Mi osserva sornione e divertito dopo che l’ha ripetuto ancora. E indugia per un attimo sul mio taccuino che si riempie di appunti. Mi domando se non si stia prendendo gioco di me, così come penso che per tutta la vita si sia preso gioco delle difficoltà che le pareti gli opponevano. Allora, allo stesso modo in cui lui un tempo fissava la montagna davanti a sé e cominciava ad arrampicare, io lo scruto e lo sfido.
Ha compiuto migliaia di ascensioni, ha aperto nuove vie dove prima nessuno aveva nemmeno osato pensare di poter salire. In che cosa consiste la sua eccezionalità? In che cosa lei è diverso da me?
«Dal punto di vista fisico non c’è differenza tra me e lei».
Cassin, la prego…
«Intendo dire che sem du omen, ma ghem una mentalità diversa».
Già va meglio. E allora che cos’è che ci fa diversi?
«Ogni salita ha le sue caratteristiche e le sue difficoltà, così come ogni uomo è differente dall’altro. Non sarebbe nemmeno giusto se tutti e due la pensassimo allo stesso modo. Per andare in montagna conta l’allenamento, poi ci sono le capacità e ciascuno di noi ha le proprie».
L’adrenalina l’abbiamo tutti. Non possiamo eliminarla dal nostro organismo. Tant’è che quando siamo privati di pericoli reali inventiamo nemici artificiali, quali malattie psicosomatiche, vicini di casa o, peggio ancora, noi stessi se siamo lasciati soli nella famosa stanzetta di Pascal. L’adrenalina è la nostra indennità di viaggio, ha scritto Chatwin. Tanto varrebbe allora consumarla in modo innocuo, come ha fatto Cassin. Il mattatore delle Alpi, del McKinley, delle Ande e del Karakorum meriterebbe ben altro spazio. Ma è soprattutto come incontrastato re delle Grigne che a noi interessa conoscerlo.
«Le prime ascensioni in Grignetta risalgono al 1931. Il due luglio scalai la parete Est della Guglia Angelina e il ventisei dello stesso mese raggiunsi lo spigolo Nord del Sigaro Dones».
Quest’ultima via viene dedicata a Valentino Cassin, in memoria del padre scomparso in un incidente nei cantieri per la costruzione della Canadian Pacific Railway quando Riccardo aveva solo tre anni. Nel giro di poco tempo Cassin percorre tutti i vecchi itinerari sulle Grigne e si cimenta nell’apertura di nuove vie che, ancora oggi, sono guardate con rispetto. In particolare merita di essere ricordata quella lungo la parete Sud della Torre Costanza, tracciata nel 1933.
«La domenica salivo lassù e cercavo i passaggi che non erano stati ancora percorsi. La Grigna è un agglomerato di cime che offre un’ampia gamma di itinerari su roccia, dai più facili ai più impegnativi. Oggi appare meno difficoltosa, ma è ancora una palestra interessante. Poche montagne hanno esercitato un fascino tanto prepotente e formato intere generazioni di alpinisti».
Generazioni che hanno scritto pagine memorabili nella storia dell’alpinismo. Se le dico Ragni di Lecco quali ricordi le tornano alla mente?
«Io sono i Ragni di Lecco».
Per un attimo si potrebbe pensare di avere a che fare con un vanaglorioso. Poi guardi quel volto schietto e ti ricordi che hai di fronte il grande vecchio dell’alpinismo mondiale. Cassin, tra l’altro, ha sempre rifiutato la dimensione eroica. Sembra quasi non comprendere l’eccezionalità delle proprie imprese. Salire le vette delle montagne gli era così connaturato che i suoi racconti rasentano talora l’ingenuità. Corruga la fronte. Indugia ancora sul mio taccuino, poi leva gli occhi verso l’alto. Pare che in un solo momento tutte le gioie e le amarezze dei ricordi gli vengano di nuovo incontro. Mi confida che se si mette al bello salirà ai Resinelli. A lui lassù piace anche quando è brutto, sono i familiari che non lo portano se piove e fa freddo.
Perché le piace tanto andare ai Resinelli?
«Mi metto sul prato di fronte a casa e guardo la Grigna. L’è semper bela».
Secondo lei se Riccardo Cassin non fosse venuto a Lecco sarebbe diventato Riccardo Cassin?
Un profondo sospiro è la sua risposta. Sul volto appare un’espressione serena. L’uomo rupe, come lo definì l’amico Fosco Maraini, mi sorride tendendomi la mano. Senza fiato per la meravigliosa ispirazione di questo “piccolo” alpinista, mi alzo, lo ringrazio e me ne vado con la speranza di rivederlo presto, magari durante uno degli eventi che la Fondazione Cassin, nata da un’idea della famiglia e da lui stesso fortemente voluta, ha programmato per celebrare il centenario. Appena fuori volgo lo sguardo al cielo. Sopra i dirupi del San Martino s’innalza la Grigna, la cui sagoma mai mi era parsa così familiare e rassicurante.

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Vivere con i libri #5 Dian Fossey e i suoi gorilla nella nebbia

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All’alba del 21 maggio 1992 fu ucciso, vittima del bracconaggio, Mrithi. Chi era Mrithi? Uno splendido esemplare di gorilla di montagna, silverback maschio del gruppo 13, divenuto popolare per essere stato il protagonista del film Gorilla nella nebbia con Sigourney Weaver. La pellicola, uscita nel 1988, rappresentò l’adattamento cinematografico dell’omonimo libro (Gorillas in the mist nella versione originale) scritto da Diane Fossey (1932-1985), in cui la nota etologa americana raccontò la sua straordinaria vita trascorsa tra i vulcani del Virunga. Per ben diciannove anni la Fossey visse isolata, tra il Rwanda, l’Uganda e la Repubblica democratica del Congo, in una zona devastata da guerre fratricide, studiando i primati e impegnandosi per la loro salvaguardia. Raggiunse i luoghi nel 1966, e lì cominciò un difficile censimento dei gorilla, proseguendo gli studi già iniziati da George Schaller. Creò il Karisoke Research Center, un centro di ricerca all’avanguardia per lo studio e la protezione di questi animali teneri e temibili. Fu trovata assassinata nel 1985, all’età di 53 anni. Secondo le testimonianze raccolte, il mandante dell’omicidio sarebbe stato Protais Zigiranyirazo, ex governatore del Ruhengeri, cognato dell’ex presidente Habyarimana, successivamente condannato per avere aiutato e incoraggiato il massacro di circa 1.500 Tutsi nel 1994, durante uno dei più sanguinosi episodi del XX secolo: il genocidio rwandese, circa un milione di morti in soli tre mesi.
gorillas in the mist coverIl libro della Fossey, Gorillas in the mist, non descrive soltanto le ricerche scientifiche, ma è anche un penetrante memoriale di questa donna coraggiosa e indomita. E benché alla traduzione cinematografica occorra riconoscere il merito di aver favorito la conoscenza planetaria del suo operato, il libro fa da utile contrappeso alle drammatizzazioni del film e alla centralità dei gorilla nella vita di Dian. Le informazioni sulla sua vita privata, come la relazione con il fotografo Bob Campbell, che è invece in primo piano nell’intreccio del film, scivolano in secondo piano fra le pagine per lasciare emergere i dettagli della sua carriera scientifica. La versione in lingua italiana, pubblicata nel 1994 da Einaudi, oggi si trova con difficoltà: o avete la fortuna di imbattervi in una libreria che ne conserva una copia invenduta da anni, oppure dovete darvi da fare tra le bancarelle e i mercatini di libri usati, rari o esauriti. Oltre a essere una lettura di sicuro interesse, appassionante ed emozionante, Gorilla nella nebbia rispecchia però anche tutti i limiti dell’editoria scientifico-naturalistica nostrana. Limiti che si palesano fin dalla copertina: Gorilla nella nebbia (libro)mentre l’edizione anglosassone offre una foto della Fossey in compagnia di un gorilla, per quella italiana è stata scelta un’immagine dell’attrice Sigourney Weaver con in braccio un piccolo primate. Perché al fascino di una donna che per diciannove anni ha studiato i gorilla è stato preferito quello di una star del cinema? La risposta è scontata. Ma la traduzione italiana, arrivata undici anni dopo, mostra altre debolezze. Nel volume non sono state incluse le bellissime foto di gorilla che arricchivano l’edizione inglese, anche nella sua versione economica (versione che, tra l’altro, costa tre volte meno di quella italiana) e mancano pure la bibliografia e l’indice analitico, sempre presenti nell’edizione in lingua originale. In ogni caso resta un libro da leggere, perché la vita di questa giovane avventurosa e determinata costituisce un raro esempio. La Fossey è stata un’acuta studiosa e una brava divulgatrice ed è sostanzialmente grazie al suo impegno e al suo sacrificio se oggi circa 800 gorilla di montagna, le scimmie geneticamente più vicine a noi dopo gli scimpanzè, sopravvivono tra il Parco Nazionale del Bwindi e il Parco Nazionale del Virunga, dichiarati entrambi dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Il rischio di estinzione di questi animali tuttavia non è affatto scongiurato: deforestazione, bracconaggio e da qualche tempo anche gli interessi delle compagnie petrolifere rendono durissima la battaglia per salvaguardarli. C’è una frase che Dian Fossey amava ripetere e che, forse meglio di altre, riassume l’insegnamento e il senso della sua ricerca: “Quando capisci il valore della vita, di ogni vita, pensi meno al passato e lotti per difendere il futuro”.

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Se la notte sogno, sogno di essere un maratoneta

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Perché corriamo?
Se lo domanda chi osserva un podista, mentre gli sfila accanto, ansimante, infreddolito o accaldato. E se lo domanda il podista stesso. Perché un gesto così semplice, povero e faticoso coinvolge sempre più persone in un’epoca dominata dalla tecnologia e dalla sofisticazione? Forse perché correre è un gesto antico quanto l’uomo. Perché, come scrive Roberto Weber in un bellissimo saggio «la corsa è uno stato d’animo, un frammento nel quale si rivela la condizione umana».
La leggerezza della corsa
Negli ultimi anni sempre più persone si mantengono in forma attraverso la corsa, che è, fra gli sport, uno dei più facili da praticare: è a basso costo e non richiede attrezzature particolari, se non un paio di scarpe adeguate. Correre è diventato sinonimo di benessere, è entrato a far parte dello stile di vita quotidiano di un crescente numero di italiani. La decisione più difficile è quella di cominciare. Ma una volta partiti, non ci si ferma più. Perché la corsa è esigente, vuole impegno e dedizione, però rilascia anche un’infinità di emozioni. È per questo che, in barba alla fatica, si avverte l’irrinunciabile desiderio di tornare a correre appena è possibile. Soli davanti alla sfida, liberi da quel meraviglioso superfluo che ci ha regalato il benessere.
La specie umana ha inizio dai piedi
Le orme di G1 e G2 ne sono la prova. Due australopitechi alti meno di un metro e quaranta, oltre tre milioni e mezzo di anni fa, sfuggendo alle eruzioni di due vulcani a oriente di Ngorongoro, lasciarono dietro di sé una fila di impronte fossilizzate dalla cenere. Piaccia o no, tutto è partito da lì. Da quei due ominidi che nella Rift Valley si sono alzati in piedi e hanno cominciato a correre. Segnando il destino dell’uomo, che è nato per deambulare inquieto.
Cosa avranno pensato G1 e G2 mentre allungavano a terra la loro ombra e per la prima volta si libravano in volo con la forza delle sole gambe? Certamente non potevano sapere che il loro disperato tentativo di sottrarsi alla montagna di fuoco un giorno si sarebbe trasformato nella leggerezza di un Bikila, che stravinceva a piedi nudi come loro, o nella grinta di un Gebrselassie.
Ciò che è accaduto allora, accade sempre e accadrà ancora a lungo. Dopo milioni di anni continuiamo a correre.
Una disciplina rigorosa e l’ascolto incessante del proprio corpo 
Oggi i runner vanno alla ricerca di una felicità che è fatta di leggerezza, di sottrazione. La corsa scava, prosciuga e non concede sconti. Il semplice gesto di rullare le gambe su strade d’asfalto, sentieri sterrati o prati erbosi ci riporta indietro nel tempo. Ci restituisce la sensazione di essere animali in libertà e ci allontana dalle maschere dietro cui ci nascondiamo tutti i giorni. In altre parole, ci riavvicina ai nostri progenitori.
Correre è una potente metafora della vita: non c’è vittoria senza dolore. E i podisti lo sanno bene. La maratona forse è la più vivida testimonianza di questo elogio della sofferenza. Perché fin dalla linea di partenza, tutti stiamo già aspettando il dolore. Non vediamo l’ora di sentirlo, dentro i muscoli, nell’intestino, nel cervello. Ha scritto Mauro Covacich, eccellente romanziere italiano e grande appassionato di corsa: «La maratona è una regola monastica (…) Resistere alla più alta velocità possibile per una strada così lunga è la cosa più bella che una mente umana possa produrre (…)  Il maratoneta è un samurai senza spada». (A perdifiato, 2003). 
La maratona è proprio una visione del mondo: non sono solo quei quarantadue chilometri da correre nel minor tempo possibile, è l’idea di resistere, di andare oltre. Chi l’ha corsa ha trovato la sua risposta. E ha smesso di domandarsi: perché corriamo?