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La dignità dei vinti

Ci sono certi giorni in cui tutto va storto. Giorni durante i quali la sfortuna sembra essersi appiccicata addosso a noi e non volersene andare. In quei giorni, un giorno come oggi, per esempio, canto sempre una canzone, questa.

“Meno male che c’è sempre uno che canta/e la tristezza ce la fa passare/sennò la nostra vita sarebbe come una barchetta in mezzo al mare/dove tra la ragazza e la miniera apparentemente non c’è confine/dove la vita è un lavoro a cottimo e il cuore un cespuglio di spine!”. Il refrain de La ragazza e la miniera (magari non è una delle canzoni più note di De Gregori, eppure è una delle più belle, secondo me, un autentico capolavoro) conduce dritti dritti nel filone più alto della produzione degregoriana, quella dei grandi ritratti di vinti, emarginati e sbandati. Ne La Ragazza e la Miniera la vena “neorealistica” e lirica del Principe tocca l’apice. Ascoltate l’intero motivo e il suo refrain (come il suo accompagnamento a bocca chiusa): nessun’altra canzone italiana esprime in modo altrettanto poetico ed efficace la fatica di vivere. Di andare avanti, nonostante tutti e tutto.

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Emma, sognatrice senza speranza

emma_bonino

No, non stiamo parlando di Emma Bovary, mi rendo conto che il titolo potrebbe ingannare. Stiamo parlando invece di Emma Bonino. L’audizione davanti alle commissioni Esteri e Diritti umani di Palazzo Madama ha un che di imbarazzante, inutile negarlo. Lei, la paladina di tutte le battaglie civili, una vita per i diritti, e alla fine è chiamata a chiarire la sua posizione nell’imbarazzante affaire Shalabayeva, come un Alfano qualsiasi. Perché non ha fatto nulla negli ultimi due mesi per denunciare la vicenda? Ma soprattutto, avrebbe potuto fare qualcosa? Queste le domande che ha dovuto affrontare il ministro, nell’illustrare ai senatori anche le prossime mosse del governo italiano. Che tristezza. E pensare che anni fa ho anche sostenuto l’iniziativa ‘Emma for President’.
Per Emma Bonino le accuse di queste settimane sono un paradosso. Sempre controcorrente, sempre dalla parte dei più deboli, e ora la sua storia rischia di rimanere indelebilmente macchiata dalla questione kazaka. Sì, perché a Emma Bonino io vorrei chiedere non tanto di chiarire una volta per tutte la sua posizione nella vicenda Shalabayeva, ma piuttosto cosa ci faceva in Kazakistan, a casa di un dittatore e a braccetto di un’azienda più che compromessa in tema di tutela dei diritti umani (l’Eni), nel 2007 insieme a Prodi?

Eni Kasakistan

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Memento mori

Ecco alcuni brani estratti dai tre principali servizi meteorologici online, che commentano con ‘sobrietà e rigore scientifico’ l’innalzamento delle temperature previsto nei prossimi giorni.

ilmeteo.it: ALLARME: da Sabato CARONTE 40°CAVVISO: nel WEEKEND supercaldo dall’AFRICA per il ritorno di Caronte, punte di 40°C a sud, 38 a Roma e resto del nord. Picco record Domenica 28 e Lunedì 29 con 40°C al centrosud e Isole e 39 al nord su Bologna, percepiti 43! 

meteo.it: …a partire da sabato, avvertiremo un’impennata esponenziale del disagio fisiologico causato dal caldo poiché al malessere del giorno stesso si sommerà quello provato nei giorni passati, che non accennerà ad attenuarsi neppure durante le ore notturne quando i livelli di temperatura e umidità resteranno inesorabilmente elevati.

3bmeteo: Caldo ed afa; sette giorni sotto l’anticiclone africano in risalita sul Mediterraneo. Arriva il caldo canicolare e l’Italia torna a boccheggiare.

– Ricordati che devi morire!
– Sì, sì, mo’ me lo segno.
(La risposta di Massimo Troisi a un frate in Non ci resta che piangere)

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Ah, la crisi!

Ormai giustifichiamo tutto con la crisi. Ogni fallimento, ogni scelta sbagliata, ogni errore trovano un alibi nella crisi. Abituati a specchiarci in questa Italia ripiegata su stessa, ci siamo convinti che tutto il mondo sta andando a rotoli come noi. Ebbene, le cose non sono affatto così. Solo qualche giorno fa ho visto in Tv l’ennesimo servizio che cercava di spiegare le origini di questa recessione. Ancora una volta sono passate le immagini degli impiegati della Lehman Brothers che lasciavano i loro uffici con le scatole di cartone in mano. Già, la Lehman Brothers, ricordate? Tutto è partito da lì, almeno così ci raccontano da anni. Lo scandalo dei sub-prime (che qua in Italia non sapevamo neppure cosa fossero) e il fallimento di una grande banca americana. Da noi, invece, non è fallita nessuna banca, affermano con orgoglio certi italiani. Vero, ma siamo sicuri che tenere sempre insieme tutto, il marcio con il fresco, sia un bene? Esaminiamo qualche dato. Dopo che è scoppiata la crisi americana (ufficialmente il 9 ottobre 2007) la Borsa di Wall Street ha ripiegato, poi lentamente è tornata a salire. In queste ultime settimane i principali indici statunitensi, S&P500 e Dow Jones, hanno toccato valutazioni mai raggiunte in tutta la loro lunga storia. Invece il nostro Ftse Mib (l’indice dei titoli principali quotati a Piazza Affari) ha perso quasi il 60% dall’ottobre 2007. Chiaro? No? Proviamo a spiegarla così. Un americano che nel 2007 ha investito 1000 dollari nella Borsa di NY oggi se ne ritrova sicuramente di più, mentre un italiano che sempre nel 2007 ha investito 1000 euro nella Borsa di Milano oggi se ne ritrova circa 400. E i sub-prime? E Lehman Brothers? Quelle restano storie per giornalisti italiani che non hanno voglia di aggiornarsi e riciclano all’infinito le stesse notizie. 

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La macchina del fard

Sono anni che Milano scivola nelle retrovie, ma nemmeno i più pessimisti si erano immaginati di dover assistere a ciò che sta accadendo in questi giorni. La triste querelle fra Dolce e Gabbana e la Giunta Pisapia è roba degna del peggior avanspettacolo. I due stilisti s’indignano per le parole dell’assessore comunale alle Attività produttive Franco D’Alfonso (“Qualora stilisti come Dolce e Gabbana dovessero avanzare richieste per spazi comunali, il Comune dovrebbe chiudere le porte, la moda è un’eccellenza nel mondo ma non abbiamo bisogno di farci rappresentare da evasori fiscali”) e per ripicca non alzano le saracinesche delle loro botteghe. Anzi twittano contro il Comune di Milano “Fate schifo”. Pisapia tace per 48 ore, poi sbotta: “D&G chiedano scusa a Milano. Gli indignati in questo caso siamo noi”.
Ecco, pensavamo di avere visto tutto (scandali su scandali, tangenti su tangenti, cemento su cemento) e invece c’è chi riesce a spingere l’asticella della desolazione ancora più in alto. I milanesi assistono rassegnati a questo scontro tra titani: da una parte imprenditori mutandari del cattivo gusto, dall’altra amministratori pubblici arroganti e incapaci. Amen.

dolce-gabbana