Ma è così difficile fare le cose bene?

Su molti quotidiani italiani stamani si dibatte sul futuro delle Province. Lo so, ormai è diventata una questione insopportabile, che sottolinea la pigrizia della nostra classe dirigente. Se ne parla da anni e siamo di nuovo al punto di partenza. Tra i numerosi commenti mi ha colpito quello di Bruno Tinti (ex magistrato, ora giornalista) pubblicato su Il Fatto Quotidiano. Tinti esordisce così: “Che non si potessero abolire le Province con un decreto legge è evidente: sono Enti previsti dalla Costituzione, serve una legge costituzionale; che significa doppio passaggio in Parlamento, eventuale referendum, insomma un paio d’anni ed esito incerto”. Ma come? E i tecnici del Governo Monti non lo sapevano? Perdonatemi la povertà intellettuale dell’esempio che sto per fare: ma se chiamo un tecnico per ripararmi un tubo che perde acqua e dopo il suo intervento il tubo perde ancora di più, prendo atto che il tecnico è un incompetente. Ora, non passa mese senza scoprire che il Governo dei tecnici plurilaureati e decorati, per intenderci quello che aveva esordito col Decreto Salva Italia, era composto in realtà da cloni di Silvestro Gatto Maldestro. I segnali c’erano stati fin da subito con la drammatica vicenda della Riforma Fornero e il disastro umano e sociale degli esodati. Poi si è aggiunta la modifica allo statuto dei lavoratori: solo i tecnici montiani potevano credere che dando maggiore libertà di licenziare alle aziende aumentasse di conseguenza la possibilità di assumere. Gli imprenditori ne hanno approfittato per licenziare, punto. Ma ancora. Da un governo di professori era lecito attendersi un forte piano di investimenti a favore di scuola e Università pubblica, e invece altri milioni di euro sono stati dirottati dalla scuola pubblica a quella privata. La misera vicenda della spending review poi è finita come sappiamo: è servita solo a fare titoloni sui giornali e a tagliare qua è là un po’ di welfare, creando così uno Stato ancora più disuguale e ingiusto; intanto le spese militari non sono state ridotte, il numero dei parlamentari non è diminuito e i manager pubblici continuano a percepire compensi miracolosi: il direttore della Rai, solo per citarne un esempio, percepisce oltre 50mila euro al mese. Torniamo alle Province. Adesso il Governo Letta propone di sostituirle con “collegi delle autonomie”; il progetto prevede anche di sfoltire settemila “enti di mezzo”, consorzi e società varie. E qui si aprie il capitolo dei cosiddetti Enti inutili, questione assai più annosa di quella delle stesse province. Se ne parla da decenni, sono stati versati fiumi di inchiostro e sono stati istituiti perfino commissioni per l’abolizione degli Enti inutili, che naturalmente sono diventate a loro volta inutili e hanno sortito l’unico effetto di infoltire la lista dei primi. Eppure il più delle volte per capirne l’inutilità basta leggere i nomi, a tratti fantozziani, di molti istituti e consorzi. Ogni governo ha annunciato soppressioni, Calderoli e Enrico Bondi (il supertecnico, il tecnico dei tecnici) sono stati gli ultimi a promettere cancellazioni a raffica. Ma non è mai successo nulla, perché come diceva Leo Longanesi: “La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: tengo famiglia”. Forse per questo in Italia è così difficile fare le cose bene.

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