Imprese italiane: benvenuti alle grandi svendite di fine stagione

L’ennesimo downgrade dell’Italia da parte di Standard & Poor’s ha suscitato malumori fra i nostro governanti. Il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, si è spinto addirittura ad affermare che l’agenzia di rating avrebbe assunto la decisione sulla scorta di dati vecchi. Di parere opposto il leader del M5S, Beppe Grillo, che nel corso dell’incontro col Capo dello Stato al Quirinale ha espresso tutte le sue preoccupazioni sulla situazione economica e politica. Poi in conferenza stampa ha alzato i toni:«Ho la certezza che il default dello Stato sia prossimo». Chi ha ragione? Qualcuno potrebbe obiettare che le parole di un economista sono più credibili di quelle di un comico, ma molti fatti recenti dovrebbero indurci ad abbandonare simili certezze. Intanto l’impressione è che dalle parti di Bruxelles la decisione di Standard & Poor’s non abbia sorpreso più di tanto. La Commissione si mostra sempre più preoccupata per i crescenti scricchiolii della grande coalizione italiana e dà segni di impazienza per i ritardi sulle riforme urgenti: mercato del lavoro, pubblica amministrazione, fisco. I burocrati europei vorrebbero da noi altre lacrime e sangue. Il governo tergiversa, rinvia. Il presidente della Republica si costerna, s’indigna. Nel frattempo i grandi gruppi stranieri fanno razzia dei nostri marchi. Ormai siamo solo un immenso osso da spolpare, questa è l’amara verità. In questi giorni sono balzati agli onori della cronaca i casi di Cova e Loro Piana. Ma è da tempo che marchi celebri del made in Italy passano in mani straniere. I cantieri Ferretti sono andati ai cinesi di Shandong Group; la griffe della moda Brioni è finita nel carniere del francese Pinault, mentre Bulgari veniva acquistata da Lvmh. Gli arabi del Qatar si sono mangiati in un boccone Valentino. Perfino un comparto radicato nel territorio come  quello del vino ha visto l’acquisizione della Gancia da parte dell’imprenditore tartaro Roustam Tariko, e della Ruffino da parte degli americani di Constellation Brands. E prima ancora i casi Buitoni, San Pellegrino, Parmalat, Algida, Motta, Invernizzi, Fendi, Gucci, Bulgari, e sono solo alcuni esempi. Ai quali andrebbero aggiunte le grandi aziende: Telecom da ani nel mirino di Telefonica, Ansaldo Energia stretta fra le ambizioni dei tedeschi di Siemens e dei coreani di Samsung, Eni corteggiata dai cinesi. Siamo tornati ad essere una terra di conquista. Oggi non si contendono più il Ducato di Milano o il Regno di Napoli, ma le nostre imprese. Ciò che resta dell’industria italiana fa gola e rappresenta il bersaglio di un’immensa, silenziosa razzia. Posta in essere con la complicità di molti. La sensazione è sempre più netta: chi ci denigra e ci declassa risponde al vecchio adagio «chi disprezza compra». E per attuare indisturbati la loro strategia, gli alti papaveri manovrano per far sì che il Paese sia guidato da ‘innocue’ figure di compromesso. 

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2 thoughts on “Imprese italiane: benvenuti alle grandi svendite di fine stagione

  1. Nel corso dei secoli siamo passati da “conquistatori” a terra da conquistare, che amarezza!. Siamo davvero diventati un vaso di terracotta fra alcuni “vasi” di ferro.
    Massimo

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