Antonio Polito, capitano coraggioso dell’Italia alla deriva

antonio polito

Udite, udite! Antonio Polito firma oggi uno dei suoi più coraggiosi editoriali sul Corriere della Sera, titolandolo nientemeno che “Il falò delle servitù”. Scrive Polito, giornalista miracolosamente sopravvissuto a ogni fallimento editoriale: “A questo il Porcellum ha ridotto il Parlamento: a un bivacco di subordinati”. Perbacco, che grinta! Che corazon!  A essere onesti in mezzo c’infila anche “e non solo a destra per la verità”, così accusando tutti, si sa, non si scontenta nessuno. Già, perché Polito è uomo navigato, giornalista di lungo corso, come amano definirlo certe agiografie compiacenti. Uno che ha fondato un giornale, Il Riformista, organo del partito (!) Le Ragioni del Socialismo (così da portarsi a casa un po’ di sovvenzioni pubbliche, ovviamente a carico nostro), poi trasformatosi in una strana cooperativa che faceva capo agli Angelucci (noti benefattori e cooperatori di mutuo soccorso). Un giornale che Polito ha lasciato una prima volta nel nel 2006, per lanciarsi nell’avventura parlamentare con la Margherita (no, dico, la Margherita! sì, sì avete letto bene, la Margherita, l’ex partito di Francesco Rutelli scioltosi come neve al sole dopo che il suo tesoriere, senatore Luigi Lusi, si era appropriato in modo indebito di 13 milioni), e che poi è tornato a dirigere nel 2008  con un progetto ambizioso: una foliazione molto più ampia e l’obiettivo di allargare la platea dei lettori. Ma dopo meno di tre anni il progetto è fallito: le copie in edicola erano circa duemila. Pochissimi lettori, ma ben quattro vicedirettori coadiuvavano il valente Polito, che naturalmente si è presto levato la polvere dai calzari ed è tornato in auge: oggi molti talkshow delle Tv italiane se lo contendono come una star e per di più figura fra il ristretto elenco dei prestigiosi editorialisti del prestigiosissimo Corriere della Sera. A Milano si direbbe: te capì el Polito? L’è propri un drito!
Ora, che pure il buon Polito tenga famiglia è diritto acquisito sul suolo italico, e quindi lasciamolo lavorare. Pagato e riverito da quello che un tempo è stato il maggiore quotidiano italiano, e va bene. Senza dover rispondere dei fallimenti editoriali e neppure dei soldi pubblici (pare 2,2 milioni di euro l’anno) che si è divorato con l’esperienza de Il Riformita, sì, va bene pure questo. Però, Polito El Drito, ci risparmi certe esibizioni di intrepidezza. Con quei baffetti da sparviero e l’aria da barbiere partenopeo impomatato non ha proprio il physique du rôle del cuore impavido.

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