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Sochi, le Pussy Riot colpite dai manganelli dei cosacchi

Se vivessimo in un mondo coraggioso e onesto, tutti i Paesi presenti alle Olimpiadi di Sochi, in Russia, dovrebbero immediatamente ritirare le proprie squadre, o perlomeno sospendere la partecipazione alle gare dopo avere visto queste immagini. Le Pussy Riot stavano protestando pacificamente nei pressi di un ristorante della cittadina russa e sono state attaccate da una dozzina di cosacchi, che le hanno aggredite a colpi di manganello. Le foto mostrano gli agenti della sicurezza mentre picchiano Nadezhda Tolokonnikova e altre componenti della band. Purtroppo, lo sappiamo, ci sono molti interessi in gioco, a partire da quelli degli sponsor, a cui si aggiungono i delicati equilibri internazionali, a loro volta condizionati dagli accordi commerciali ed economici. Dunque è molto probabile, quasi certo, che tutto procederà come se nulla fosse accaduto. E che la comunità internazionale, Italia compresa, anzi a volte in testa, proseguirà i suoi rapporti con la Russia, ignorando le continue violazioni ai più elementari diritti civili che si consumano in questo Paese. Del resto è anche vero che una parte dell’opinione pubblica nazionale si schiera dalla parte degli agenti che manganellano ragazze mentre cantano e ballano anziché dalla parte di queste stesse ragazze che manifestano contro uno stato totalitario. Non ci credete? Leggete i commenti alla notizia pubblicata su corriere.it

Nadezhda Tolokonnikova, Maria Alekhina Sochi Olympics Sochi Olympics Pussy Riot Nadezhda Tolokonnikova, Maria Alekhina

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Guarire il territorio, ecco la priorità per l’Italia

Maltempo-frana-a-Volterra

Davanti ai rovinosi crolli e alle pianure alluvionate, fotografie di un’Italia colpita da un inverno particolarmente piovoso,  vedremo dispiegarsi il consueto rituale, identico a quello di sempre. Politici che invocano la fatalità e il caso. Perché tutto è sempre e solo eccezionale: la siccità, un acquazzone, le alluvioni, frane, divinità ostili. E naturalmente sentiremo pronunciare le più solenni promesse: “Presto un piano contro il dissesto idrogeologico”, proclameranno pensosi ministri e sottosegretari.
Ma lo sappiamo bene, in Italia si parla di dissesto idrogeologico solo nei giorni successivi a frane o alluvioni. Dopodiché ce ne dimentichiamo, almeno fino a un nuovo disastro. Ogni anno siamo costretti a sopportare perdite di vite umane e costi elevati a causa di calamità che in molti casi potrebbero essere evitate, se solo si seguissero le più elementari regole di pianificazione e si facessero investimenti seri nella cosiddetta messa in sicurezza del territorio. Mentre milioni di italiani sono senza un lavoro, ampie parti del Paese crollano per mancanza di cure. C’è una sinistra affinità fra il fragile paesaggio italiano devastato dall’incuria e il tessuto sociale che si dissolve sotto i colpi impietosi di una crisi inarrestabile. Possiamo continuare a guardare alla disoccupazione e alla mancanza di prevenzione come a fatalità ineluttabili. Oppure possiamo agire. Oggi agire significa trasformare il dissesto idrogeologico in un’emergenza nazionale, cioè nella prima grande opera da realizzare per porre in sicurezza le zone più a rischio dello Stivale e creare nuova occupazione. Il 13% del territorio nazionale è in forte erosione e a rischio frane. Occorrerebbero circa 7 miliardi di euro per gli interventi più urgenti, 40 per la totale messa in sicurezza. Tanto, tantissimo soprattutto in un periodo di vacche magre. Ma secondo il “Rapporto sullo stato del territorio italiano” realizzato nel 2010 dal Centro Studi del Consiglio Nazionale dei Geologi,  il valore dei danni causati da eventi franosi e alluvionali dal dopoguerra a oggi è stimabile in circa 52 miliardi di euro. Dunque la scelta sembra essere fra l’inazione e la mancanza di pianificazione, destinata a far sprofondare l’Italia in tutti i sensi, o l’intervento per sanare le ferite territoriali e sociali. Forse migliaia di giovani, e non solo, sarebbero ben più orgogliosi di occuparsi del riassetto del paesaggio nazionale e della tutela dei beni ambientali piuttosto che zampettare da un call center all’altro. Ma i principali attori della scena politica italiana si sono sempre occupati di altro e sembrano intenzionati a farlo ancora. Fra i governi Berlusconi, quelli di centro sinistra e i governi Monti e Letta c’è, da questo punto di vista, perfetta continuità. Sul fronte dell’ambiente, lo zero assoluto. E allora nessuno si stupisca se l’Italia frana. Solo gli stupidi lo fanno.