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La pelle di Curzio Malaparte

la pelle“Una volta si soffriva la fame, la tortura, i patimenti più terribili, si uccideva e si moriva, si soffriva e si faceva soffrire, per salvare l’anima, per salvare la propria anima e quella degli altri (…) Oggi si soffre e si fa soffrire, si uccide e si muore, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle. Tutto il resto non conta (…) È la civiltà moderna, questa civiltà senza Dio, che obbliga gli uomini a dare una tale importanza alla propria pelle. Non c’è che la pelle che conta ormai”.
Che libro scomodo, politicamente scorretto, crudo, implacabile e colto è La pelle di Curzio Malaparte. L’ho letto una prima volta al liceo, erano gli anni Settanta. Condizionato dal clima culturale, non ne colsi la potenza visionaria. Sprecai il tempo a cercare le prove dell’incoerenza di Malaparte, che è stato fascista e antifascista, vinto e vincitore. Solo molti anni dopo compresi che nelle sue contraddizioni l’autore era stato straordinariamente coerente. Aveva coltivato un’idea così diversa dell’Italia da riversare in quelle pagine grondanti di orrori tutto lo smarrimento per il martirio di un Paese e della sua identità. Continua a leggere

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