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La montagna remota e arcana di Dino Buzzati

Quarantadue anni fa – era il 28 gennaio 1972, alle ore 16.20 – lasciava questo mondo Dino Buzzati, autore fra i più famosi del Novecento. Aveva 65 anni. In un attico al decimo piano della Casa della Fontana, in viale Vittorio Veneto 24 a Milano, Buzzati abitò per dieci anni. Seppure trascorse gran parte della sua vita nel capoluogo lombardo, prima come studente poi come giornalista al Corriere della Sera, Buzzati sentì sempre sue le montagne bellunesi. Per questa ragione ho scelto di rendergli omaggio percorrendo con la mente i luoghi buzzatiani delle Dolomiti. 

Dalla villa di San Pellegrino, alle porte di Belluno, dove nacque, Buzzati cominciò da subito ad ammirare le montagne, che per prime nutrirono e alimentarono la sua fervida immaginazione. La centralità della montagna nei suoi scritti è un fatto noto. Ed è compito arduo quello di scegliere un brano anziché un altro per iniziare questo percorso. Forse partire da Bàrnabo delle montagne è quanto di meglio si possa fare. Perché in Bàrnabo c’è la montagna intesa in senso buzzatiano. Non un paesaggio stucchevole da cartolina, ma la montagna autentica e severa. “Bàrnabo completamente vestito si è gettato sul letto e con le braccia incrociate dietro la testa, fissando gli occhi nella massa degli abeti che nereggia dietro i vetri, sente come non mai la vicinanza delle montagne, con i loro valloni deserti, con le gole tenebrose, con i crolli improvvisi di sassi, con le mille antichissime storie e tutte le altre cose che nessuno potrà dire mai”. buzzati-a-cima-canali-sulle-pale-di-san-martino-di-castrozzaLe Dolomiti di Buzzati sono montagne “così poco di maniera”. Del resto Belluno e le sue cime erano perlopiù ignorate. “Se io dico che la mia terra è uno dei posti più belli non già dell’Italia ma dell’intero globo terracqueo, tutti cascano dalle nuvole e mi fissano con divertita curiosità…”. Eppure tra il Piave e la Schiara c’è una “Dolomite con tutte le carte in regola – sono sempre parole sue – né più né meno che le Tre Cime di Lavaredo e il Sasso Lungo”. Fin da ragazzo sognava di scalare quelle cime tormentate e fantasticava ad occhi aperti sulle antiche leggende della bella Dolasilla e del principe dei Duranni. La Schiara, anzi “lo” Schiara, come continuerà a scrivere nei suoi articoli anche quando la celebrità lo ha già raggiunto, concedendosi il vezzo affettuoso di perpetuare un uso improprio appreso da bambino, è la montagna della sua vita. Con “l’immortale Gusela”, dito di roccia levato al cielo. La materia in Buzzati si fa metafora, si disintegra e si dissolve per riapparire sotto altre forme fantastiche. E così le sue montagne diventano un luogo “remoto ed arcano” dove osservare “una poiana roteante lassù” e nel silenzio cogliere “il senso della vita che passa, che è passata per sempre”. Oggi le valli e le cime tanto care a Buzzati fanno parte del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, una vasta area che da Feltre a Belluno abbraccia un paesaggio di severa bellezza, conservatosi grazie all’isolamento e alla cura di uomini lungimiranti. Pareti immani sfiorate dal volo possente dell’aquila reale, guglie e creste frustate dal vento, gole impenetrabili dove regna il camoscio. montagna buzzati2“Esistono da noi valli che non ho mai viste da nessun’altra parte. Identiche ai paesaggi di certe vecchie stampe del romanticismo che a vederle si pensava: ma è tutto falso, posti come questi non esistono. Invece esistono: con la stessa solitudine, gli stessi inverosimili dirupi mezzo nascosti da alberi e cespugli pencolanti sull’abisso, e le cascate di acqua, e sul sentiero un viandante piuttosto misterioso. Meno splendide certo delle trionfali alte valli dolomitiche recinte di candide crode. Però più enigmatiche, intime, segrete”. Poste ai margini del grande traffico turistico dolomitico, queste montagne hanno conservato risorse naturali e paesaggistiche di eccezionale pregio. La disattenzione verso le sue amate vette infastidiva Buzzati: “è stata questa faccenda delle Dolomiti e di Cortina a tenere in eclisse il bellunese”. Ma la bellezza recondita della natura che circondava la sua Belluno lo inorgogliva. Perché “di fronte alla natura, se si riesce a guardarla con animo sincero, le miserie si sciolgono, gli uomini si ritrovano l’un l’altro dimenticando di avere questo o quel colore”.

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Riccardo Cassin, l’uomo che si fece montagna

Riccardo Cassin

Sette anni fa, era esattamente il 22 maggio del 2007 ma lo ricordo come fosse ieri, trascorsi un intero pomeriggio con Riccardo Cassin, uno dei più grandi, per molti “il più grande”, alpinista della storia. Scomparve nel 2009, all’età di 100 anni, e quella che ebbi la fortuna di raccogliere quel giorno è una delle ultime interviste rilasciate dal leggendario “uomo rupe”, come lo definì l’amico Fosco Maraini. Ve la ripropongo oggi, sempre con un filo di emozione.

La prima cosa che gli guardo sono le mani. Quelle mani che infinite volte hanno accarezzato la roccia alla ricerca di solidi appigli o di fessure nelle quali piantare chiodi. Sono mani robuste e nodose, ma agili. Belle da guardare. Il dorso è solcato da vene azzurrognole. Riccardo Cassin è l’iniziatore dell’avventura. È vento nocchiero, esperienza, pensiero e muscolo dell’alpinismo italiano. La sua vita racchiude un secolo d’emozioni, di scalate, di prime assolute. Di imprese d’altri tempi, che oggi nemmeno ci sogniamo. Pronunci il suo nome e ad ogni latitudine del globo il pensiero corre a Lecco e ai Ragni, al Resegone e alle Grigne. Nessuna altra voce può raccontare meglio l’anima montana del Lario. Perché la sua meravigliosa avventura è cominciata proprio qui, sulle pareti e sui pinnacoli di casa.
Riccardo Cassin, mito vivente dell’alta quota, si sta avvicinando al suo centesimo compleanno. Mi riceve nella sua casa di Maggianico, mentre sta guardando il filmato di una spedizione in Afghanistan portatogli da Luigino Airoldi, uno dei suoi allievi prediletti. Prima d’iniziare la nostra chiacchierata mi scruta con i suoi occhi ancora vispi, forse per cercare un’affinità d’ambiente. Anch’io lo osservo. Me l’aspettavo, non so perché, un po’ più alto. Invece è un ometto basso. Me l’aspettavo con la pelle raggrinzita dal vento, dal sole e dal gelo, invece ha un incarnato roseo, a dispetto dei suoi anni.
Pascal disse che tutta l’infelicità dell’uomo proviene da una causa sola, non sapersene star quieto in una stanza. Vorrei chiedere a Riccardo Cassin se è questo horreur du domicile che l’ha spinto sulle vette più impervie e imbastire con lui una chiacchierata intorno al pensiero pascaliano. Ma so che il maestro non ama la speculazione intellettuale legata all’alpinismo. La sua è una montagna ben definita, che non rappresenta nulla di simbolico. Tuttalpiù si limita ad essere, come egli ama ripetere, una severa maestra di vita. In un articolo apparso nel 1934 sul settimanale Il popolo di Lecco sta scritto: “Intervistare Riccardo Cassin sulle sue prodezze alpinistiche è faccenda assai seria, qualche cosa come affrontare un sesto grado […] Atleta completo sotto ogni aspetto, fisicamente forte, agile, prudente e calmo, sembra estraneo a tutto ciò che si riferisce alle sue doti eccezionali e alle sue brillanti imprese crodaiole”. Del resto Riccardo è friulano di nascita e lecchese d’adozione, due terre notoriamente laboriose e poco inclini alla ciarla. Consapevole di tutto questo non trovo di meglio che partire dal principio.
Cassin mi racconta come è arrivato a Lecco?
«Era il 1926, avevo 17 anni. Lasciai mia madre e mia sorella a San Vito al Tagliamento per raggiungere l’amico Bepi Minett che si era trasferito da uno zio impiegato nella tramvia Lecco-San Giovanni. Gli avevo scritto per sapere se c’era lavoro sulle rive del Lario e lui mi rispose che sì, il lavoro non mancava, ma la cosa migliore era di venire a vedere. Una volta arrivato a Lecco cominciai a fare il fabbro alla Possenti, una ditta che faceva macchine per insaccati. Una domenica, Emilio Possenti, uno dei tre fratelli soci, mi portò in gita al Resegone. Fu il mio primo contato con la montagna. Ricordo che salii con i vestiti e le pedule da lavoro. Quando arrivammo in cima esultammo. Ci pareva di avere conquistato chissà che cosa. Poi scendemmo per il Canalone di Val Negra e per il Passo del Fò fino alla capanna Stoppani, sempre perseguitati da una fame da lupi. La gita al Resegone segnò una svolta decisiva nella mia vita».
Comincia tutto così, con una scampagnata sulla cima che corona la città di Lecco. Per Cassin è amore a prima vista e da quel momento ogni attimo rubato al lavoro viene trascorso in montagna. Nemmeno lui però, quella domenica, poteva immaginare che sarebbero seguite duemilacinquecento ascensioni e cento prime assolute. Partendo dalla Grigna.
«Il contatto con la Grigna avvenne due settimane dopo la salita al Resegone. C’incamminammo di buon mattino lungo la Val Calolden, come si usava fare prima che fosse costruita la strada carrozzabile dei Piani Resinelli. Sopra di noi c’erano nuvoloni carichi di acqua. Tornare indietro, però, manco a parlarne. Per quindici giorni la gita era stata l’argomento principale dei nostri discorsi e a nessun costo eravamo disposti a rinunciarvi. Avanzammo con gamba lesta in mezzo al bosco. Purtroppo avvenne quel che era facile pronosticare: a un tuono ne segui un altro, e appena sopra il rifugio Porta il temporale ci investì».
Ma in tutta la sua carriera l’inossidabile Riccardo è andato sempre e solo avanti, senza cedere neppure nel mezzo di una tempesta. Un commento è diventato celebre “Dove attacca Cassin ci lascia il segno”.
«Una volta che la salita era decisa non tornavo indietro» dichiara perentorio. I suoi occhi vagano con i ricordi. A volte sembra esitare. Poi, come d’incanto la memoria affiora di nuovo e prorompe in battute fulminee. «Non sono mai stato sconfitto. Tutte le mie salite le ho sempre portate a termine al primo colpo. Non ho mai dovuto fare due tentativi della medesima salita».
Non sono mai stato sconfitto. Lo dice più volte Cassin, è il suo mantra. Mi osserva sornione e divertito dopo che l’ha ripetuto ancora. E indugia per un attimo sul mio taccuino che si riempie di appunti. Mi domando se non si stia prendendo gioco di me, così come penso che per tutta la vita si sia preso gioco delle difficoltà che le pareti gli opponevano. Allora, allo stesso modo in cui lui un tempo fissava la montagna davanti a sé e cominciava ad arrampicare, io lo scruto e lo sfido.
Ha compiuto migliaia di ascensioni, ha aperto nuove vie dove prima nessuno aveva nemmeno osato pensare di poter salire. In che cosa consiste la sua eccezionalità? In che cosa lei è diverso da me?
«Dal punto di vista fisico non c’è differenza tra me e lei».
Cassin, la prego…
«Intendo dire che sem du omen, ma ghem una mentalità diversa».
Già va meglio. E allora che cos’è che ci fa diversi?
«Ogni salita ha le sue caratteristiche e le sue difficoltà, così come ogni uomo è differente dall’altro. Non sarebbe nemmeno giusto se tutti e due la pensassimo allo stesso modo. Per andare in montagna conta l’allenamento, poi ci sono le capacità e ciascuno di noi ha le proprie».
L’adrenalina l’abbiamo tutti. Non possiamo eliminarla dal nostro organismo. Tant’è che quando siamo privati di pericoli reali inventiamo nemici artificiali, quali malattie psicosomatiche, vicini di casa o, peggio ancora, noi stessi se siamo lasciati soli nella famosa stanzetta di Pascal. L’adrenalina è la nostra indennità di viaggio, ha scritto Chatwin. Tanto varrebbe allora consumarla in modo innocuo, come ha fatto Cassin. Il mattatore delle Alpi, del McKinley, delle Ande e del Karakorum meriterebbe ben altro spazio. Ma è soprattutto come incontrastato re delle Grigne che a noi interessa conoscerlo.
«Le prime ascensioni in Grignetta risalgono al 1931. Il due luglio scalai la parete Est della Guglia Angelina e il ventisei dello stesso mese raggiunsi lo spigolo Nord del Sigaro Dones».
Quest’ultima via viene dedicata a Valentino Cassin, in memoria del padre scomparso in un incidente nei cantieri per la costruzione della Canadian Pacific Railway quando Riccardo aveva solo tre anni. Nel giro di poco tempo Cassin percorre tutti i vecchi itinerari sulle Grigne e si cimenta nell’apertura di nuove vie che, ancora oggi, sono guardate con rispetto. In particolare merita di essere ricordata quella lungo la parete Sud della Torre Costanza, tracciata nel 1933.
«La domenica salivo lassù e cercavo i passaggi che non erano stati ancora percorsi. La Grigna è un agglomerato di cime che offre un’ampia gamma di itinerari su roccia, dai più facili ai più impegnativi. Oggi appare meno difficoltosa, ma è ancora una palestra interessante. Poche montagne hanno esercitato un fascino tanto prepotente e formato intere generazioni di alpinisti».
Generazioni che hanno scritto pagine memorabili nella storia dell’alpinismo. Se le dico Ragni di Lecco quali ricordi le tornano alla mente?
«Io sono i Ragni di Lecco».
Per un attimo si potrebbe pensare di avere a che fare con un vanaglorioso. Poi guardi quel volto schietto e ti ricordi che hai di fronte il grande vecchio dell’alpinismo mondiale. Cassin, tra l’altro, ha sempre rifiutato la dimensione eroica. Sembra quasi non comprendere l’eccezionalità delle proprie imprese. Salire le vette delle montagne gli era così connaturato che i suoi racconti rasentano talora l’ingenuità. Corruga la fronte. Indugia ancora sul mio taccuino, poi leva gli occhi verso l’alto. Pare che in un solo momento tutte le gioie e le amarezze dei ricordi gli vengano di nuovo incontro. Mi confida che se si mette al bello salirà ai Resinelli. A lui lassù piace anche quando è brutto, sono i familiari che non lo portano se piove e fa freddo.
Perché le piace tanto andare ai Resinelli?
«Mi metto sul prato di fronte a casa e guardo la Grigna. L’è semper bela».
Secondo lei se Riccardo Cassin non fosse venuto a Lecco sarebbe diventato Riccardo Cassin?
Un profondo sospiro è la sua risposta. Sul volto appare un’espressione serena. L’uomo rupe, come lo definì l’amico Fosco Maraini, mi sorride tendendomi la mano. Senza fiato per la meravigliosa ispirazione di questo “piccolo” alpinista, mi alzo, lo ringrazio e me ne vado con la speranza di rivederlo presto, magari durante uno degli eventi che la Fondazione Cassin, nata da un’idea della famiglia e da lui stesso fortemente voluta, ha programmato per celebrare il centenario. Appena fuori volgo lo sguardo al cielo. Sopra i dirupi del San Martino s’innalza la Grigna, la cui sagoma mai mi era parsa così familiare e rassicurante.

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Gian Giacomo Gallarati Scotti: il conte amico degli orsi

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A differenza di quanto è accaduto sulle Alpi Francesi, Svizzere, Austriache e Tedesche, in Italia è sopravvissuto fino ai giorni nostri uno sparuto nucleo di orsi bruni. Pochi esemplari tenacemente arroccati nelle selve trentine della Val di Tovel e delle Dolomiti di Brenta. Attorno a quel minuscolo gruppo, tra la fine degli anni Novanta e il Duemila è stato avviato il progetto Life Ursus, che prelevando orsi bruni dalla Slovenia e liberandoli sui monti del Trentino occidentale ha favorito il processo di ricolonizzazione delle Alpi italiane. Non sono più rari gli avvistamenti di orsi in Alto Adige, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Alcuni animali particolarmente vivaci sono sconfinati anche in Svizzera, Austria e Germania, purtroppo a volte senza ricevere un’adeguata accoglienza. Se tutto questo è potuto accadere è merito di pochi uomini che nei decenni passati, quando il destino di questo animale, simbolo universale della natura selvaggia e icona delle Alpi, sembrava ormai tristemente segnato, non si sono rassegnati ad assistere inermi a una probabile estinzione, ma hanno lottato perché ciò non accadesse. Gian Giacomo Gallarati ScottiFra queste figure merita una menzione speciale Gian Giacomo Gallarati Scotti, che prima di ogni altro si è impegnato a favore dell’orso bruno delle Alpi. Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario della scomparsa di questo nobiluomo che ha vissuto in equilibrio tra il tramonto di un’epoca e la modernità di certe sue intuizioni e mi piace ricordare la sua figura. Gian Giacomo Gallarati Scotti nacque da una famiglia d’antichissime tradizioni, figlio di Gian Carlo, principe di Molfetta e duca di San Pietro, e di Luisa Melzi d’Eril dei conti di Magenta. Il nonno, il duca Tommaso Gallarati Scotti, era stato un personaggio mitico dell’aristocrazia milanese e quindi europea. Fin dall’infanzia Gian Giacomo visse nelle alte sfere e la sua fanciullezza trascorse felice. Fra i ricordi di bambino conservava con diletto le vacanze di fine Ottocento trascorse al Grand Hotel des Alpes di Madonna di Campiglio. Fu lì che la sua famiglia strinse amicizia con l’Arciduca Alberto, cugino dell’imperatore Francesco Giuseppe. I Gallarati Scotti furono sospinti verso le Dolomiti di Brenta dalla passione per la caccia del principe di Molfetta. Mentre i familiari s’intrattenevano con gli ospiti cosmopoliti di una élite di fine secolo, egli vagava per i monti, con le guide al seguito e la carabina in spalla, nella speranza di imbattersi in un orso. La famiglia Gallarati Scotti era solita trascorrere il mese d’agosto nell’astro di Campiglio. Il resto dell’estate, invece, lo passava nella villa di Oreno, ai margini meridionali della Brianza, dove si trasferiva dalla fine della scuola fino alla riapertura, dopo Ognissanti. In quel tranquillo paesino agricolo, la nobile casata possedeva un’importante dimora, cinta da un immenso e scenografico parco. Terminata l’estate, i Gallarati Scotti si ritiravano a Milano, nell’avita dimora di via Manzoni, situata di fianco alla chiesa di San Francesco di Paola. Lì, il giovane Gian Giacomo respirava a pieni polmoni tutto lo charme di un’epoca, e fra le pareti adorne dei quadri di Cesare da Sesto, Bergognone e Andrea Solario, assisteva all’andirivieni di ambasciatori, generali, baroni, contesse. Pare però che il “petit Molfetta” avesse una predilezione per Oreno, dove si poteva abbandonare al giocoso clima della vacanza fra ludi, danze e recite e, tra l’altro, nell’immenso parco che abbracciava la residenza estiva, poteva incontrare Griso, bellissimo esemplare d’orso bruno dei Carpazi, che suo padre, figura dai desideri “alquanto eccentrici e personali”, teneva in cattività. Il vecchio principe di Molfetta, con la sua passione per la montagna, l’escursionismo e gli animali, aveva tracciato attorno al figlio un circolo magico, dal quale era impossibile evadere. Così, a partire dagli anni Venti, Gian Giacomo Gallarati Scotti iniziò a dedicare risorse ed energie agli studi naturalistici, indirizzando in particolare i suoi sforzi verso la protezione dell’orso bruno. Ebbe una lunga e intensa vita politica che culminò con la nomina a Senatore del Regno. Forte di questo ruolo si adoperò per ottenere l’istituzione di un grande parco nazionale esteso ai gruppi orografici dell’Adamello-Brenta e della Presanella e con centro a Madonna di Campiglio. Purtroppo una forte ostilità fece cadere l’iniziativa. Riuscì invece, nel 1939, a far inserire nel nuovo Testo Unico sulla caccia, la protezione integrale dell’orso bruno su tutto i territorio nazionale.
Una volta ritiratosi a vita privata, la sua esistenza fu dominata da questa missione che restò viva fino alla morte: salvare gli ultimi orsi delle Alpi. Nel 1957 radunò nella sua villa di Oreno un piccolo gruppo di brave persone, che diedero vita a un sodalizio per la protezione dell’orso. Alla riunione era presente anche Dino Buzzati, il quale pubblicò, poi, un ampio e fantasioso resoconto. Dopo la nascita dell’Ordine di San Romedio, fra gli anni dal 1958 al 1962, il Gallarati Scotti pubblicò a proprio spese le sue tre monografie sull’orso: L’orso bruno di Linneo in Italia, La protezione dell’orso bruno in Italia e infine Gli ultimi orsi bruni delle Alpi. Nel 1967 finalmente fu istituito il Parco naturale Adamello Brenta, però ridotto nelle sue dimensioni rispetto alle proposte iniziali del conte. Purtroppo fino al 1988 è stato praticamente inesistente, tanto che ancora nel 1971 un orso fu ucciso proprio nei territori protetti. Per il ripopolamento, come spiegavo al principio, si è dovuto attendere fino al 1999, intanto i vecchi orsi trentini si erano ridotti a tre, forse quattro e non si riproducevano più da almeno dieci anni.
Dallo storico palazzo Soranzo di Venezia o dalla villa di Oreno, Gian Giacomo Gallarati Scotti continuò fino alla fine a dedicarsi ai suoi studi e a intrattenere rapporti con tutti coloro che avevano a cuore le sorti della natura. Il suo serbatoio vitale sembrava inesauribile. Tuttavia, nonostante la volontà di continuare non l’avesse ancora abbandonato, s’intuiva che fosse pervaso dal presentimento della fine. Gallarati ScottiEbbi occasione di incontrare l’anziano aristocratico nel 1981. Volli conoscerlo con tutte le mie forze dopo aver letto un suo vibrante intervento a favore della protezione dell’orso bruno pubblicato sulle pagine della rivista Airone, che proprio in quel periodo vedeva la luce. Ricevetti la netta sensazione di sedermi di fronte a un uomo d’altri tempi. Perdonatemi questa espressione di cui spesso si abusa, ma per quell’occasione è più che appropriata. Il Gallarati Scotti ha vissuto in un’epoca di transizione e ha conosciuto il senso amaro dell’inesorabile e reciproca indifferenza fra la storia e il destino individuale. Egli si è trovato in equilibrio tra il tramonto di un’epoca e la modernità di certe sue intuizioni. L’atmosfera di un mondo passato, il candore dell’idealismo e il sole della nobiltà d’animo hanno illuminato la sua lunga vita. Il 3 gennaio 1983 è volato ai Campi Elisi.

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Adriano Olivetti: un re in esilio

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L’11 aprile del 1901 nacque Adriano Olivetti. L’11 aprile del 1976 apparve il primo Apple. Oltre che per la ricorrenza odierna, Adriano Olivetti e Steve Jobs sono stati accomunati dalla passione per il futuro e dalla straordinaria capacità di sognare. Molto si è detto circa il contributo di idee che il primo può avere fornito al secondo.
L’avventura umana e imprenditoriale di Adriano Olivetti costituisce un’efficace e malinconica sintesi della parabola discendente di questo Paese. È vero che, come ha scritto qualcuno, in tempo di crisi è facile manipolare l’utopia di Olivetti e piegare il suo mito ad altre esigenze. Allora atteniamoci ai fatti.
Attorno alla sua Ivrea, da alcuni definita “l’Atene degli anni Cinquanta”, Adriano Olivetti costruì una fabbrica che divenne il prototipo di un nuovo ordine in cui industria e cultura, profitto e solidarietà si erano stretti in un felice connubio. Gli operai della Olivetti vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, disponevano di asili e abitazioni, godevano di convenzioni. Anche all’interno della fabbrica la situazione era diversa: durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, ascoltare concerti, seguire dibattiti, e non c’era una divisione netta tra manager e operai, in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti.
La Olivetti degli anni Cinquanta fu anche una realtà all’avanguardia sul mercato. Nel ‘57 produsse il primo elaboratore elettronico al mondo, l’Elea 9003. Questo accadde qui, nel Paese occidentale che oggi figura tra i più arretrati sul fronte dell’innovazione tecnologica applicata in larga scala.
Il sogno, quel sogno che invero si era trasformato in realtà, si spezzò nel 1960, con la morte improvvisa di Adriano Olivetti. In breve l’impresa, che soffriva di una sottocapitalizzazione tipica del capitalismo nostrano, precipitò in una crisi finanziaria. A tre anni dalla morte di Olivetti, nel 1963, i debiti ammontavano al doppio del patrimonio netto e il gruppo rischiava di finire in mano a un pool di banche svizzere. È allora che la vicenda imboccò una strada che si riproporrà più volte nella storia industriale italiana. Un gruppo di intervento organizzato da Mediobanca, che contava su Fiat come partner industriale, “salvò” quell’impresa ricca di prodotti e competenze, ma povera di capitali. Le posizioni del presidente della Fiat, Vittorio Valletta (per cui l’elettronica di Ivrea era un «neo da estirpare») e di Enrico Cuccia (fautore della centralità della chimica per lo sviluppo italiano), fecero sì che, alla fine, nell’operazione di ristrutturazione si sacrificasse proprio il settore dell’elettronica, ceduto alla General Electric. La più grande industria italiana e la più influente banca d’affari posero così fine alla grande avventura. Per la verità l’azienda ha continuato a produrre elaboratori elettronici ancora per anni, pur perdendo la centralità del business. Saranno poi De Benedetti, Colaninno e la Pirelli a impiegare la scatola Olivetti per altre operazioni finanziarie note a tutti.
Ciascuno tragga da questa storia le dovute considerazioni sui meriti e le colpe del capitalismo tricolore. Nell’anno della sua nascita a me piace affidare il ricordo di Adriano Olivetti alle parole di Natalia Ginzburg, che così descrisse questo imprenditore anomalo in Lessico famigliare: «Lo incontrai a Roma per la strada, un giorno, durante l’occupazione tedesca. Era a piedi; andava solo, con il suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava, nella folla, un mendicante; e sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio, sembrava».

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Carlo Mauri: l’ultimo Ulisse

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La vicenda umana di Carlo Mauri, nato a Rancio di Lecco il 25 marzo 1930, meriterebbe l’aggettivo leggendaria, ma uso il condizionale perché non sono affatto certo che a lui avrebbe fatto piacere questa attribuzione. A più di trent’anni dalla sua scomparsa, la mostra evento “Carlo Mauri. Io sono qui”, curata dalla figlia Francesca e ospitata fino al 26 maggio a Lecco, al Palazzo delle Paure, ripercorre la vita del Bigio, soprannome lombardo del Mauri, e celebra le sue imprese attraverso un percorso di immagini, filmati e, soprattutto, racconti.
Non sono quanti di voi potranno recarsi a Lecco per visitarla, ma senza dubbio si tratta di un’iniziativa bella e doverosa, perché la figura di Carlo Mauri non è ancora abbastanza conosciuta. Mauri è stato un uomo moderno e generoso eppure non è facile imbattersi in lui. Ad esempio, se cercate il suo nome nella Rete non troverete granché, o comunque molto meno di quanto sarebbe lecito attendersi. Il motivo va forse ricercato nel suo modo umile di attraversare la vita, nel suo alto ideale umano che lo ha spinto a vivere esperienze uniche e straordinarie rifiutando però la dimensione eroica. Continua a leggere

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Renato Bazzoni, l’uomo che amava l’Italia

RenatoBazzoni - Fondo Ambiente Italiano

È davvero curiosa l’Italia. Tutti noi siamo sempre disposti a giurare con il dovuto orgoglio che il nostro è il Paese più bello del mondo. Per la sua natura, il clima, il paesaggio e per l’immenso patrimonio artistico. In effetti è senza dubbio un luogo traboccante di bellezza. Tuttavia se gran parte delle sue ricchezze non sono ancora state distrutte da scelte urbanistiche dissennate, avidità speculative e sciatta incuria si deve principalmente a poche persone che si sono battute da sole, in modo infaticabile, contro lobby potentissime. Uno di questi è stato Renato Bazzoni, che fu tra i fondatori del Fai – Fondo Ambiente Italiano. Il suo nome dovrebbe figurare in un ipotetico pantheon dei padri della “bella Italia”, a fianco di Giorgio Bassani, Elena Croce, Antonio Cederna e pochi altri. La storia delle loro vite ha coinciso con mezzo secolo di appelli e battaglie in nome della cultura e in difesa di un paesaggio aggredito da lottizzazioni, abusivismi e condoni. Appelli che, alla luce di quanto si presenta oggi ai nostri occhi, sono in gran parte caduti nel vuoto. Eppure Renato Bazzoni si distinse dagli altri pochi nomi impegnati in questa solitaria battaglia di civiltà, e proverò a spiegarvi perché.
Nel 1967 ideò la mostra “Italia da Salvare”, promossa da Italia Nostra, che fu tra le prime impietose testimonianze di beni e paesaggi culturali unici distrutti o fortemente minacciati. Ne curò sei edizioni in Italia, tre in Europa, diciannove negli Stati Uniti. Il momento sembrava propizio per scuotere le coscienze e mobilitare le iniziative. Bazzoni sognava di suscitare l’indignazione del mondo intero di fronte alla distruzione del Bel Paese, ma purtroppo si accorse di non riuscire ad ottenere neppure quella degli amministratori italiani. Così, anni dopo, cambiò strategia. Se lo Stato non aveva orecchie per ascoltare la rabbia di quanti avvertivano un “paese a termine”, tanto valeva sostituirsi alla sua ignavia. Nel 1975, con Giulia Maria Mozzoni Crespi, l’allora soprintendente di Brera Franco Russoli e l’avvocato Alberto Predieri, fondò il Fai – Fondo Ambiente Italiano. Fu questa la sua straordinaria, lungimirante intuizione. Non erano più sufficienti l’azione di denuncia, la protesta e l’indignazione. Con spirito pragmatico Bazzoni mise la cultura accanto alla disponibilità economica, sperando che in qualche modo avvenisse un’impollinazione incrociata, con un nuovo movimento per frutto.
Monastero_di_TorbaIl seme attecchì. Quando nel 1975 mostrò il piccolo e commovente Monastero di Torba, all’epoca destinato a scomparire, a Giulia Maria Mozzoni Crespi, che l’anno prima aveva ceduto la proprietà del Corriere della Sera ad Angelo Rizzoli, s’innescò la scintilla fondatrice. L’imprenditrice mise a disposizione la somma necessaria per acquistare il complesso monumentale e l’avventura ebbe inizio. Da quel momento la Fondazione cominciò ad acquisire abbazie, castelli, ville, boschi e tratti di costa, sottraendoli alla speculazione e all’abbandono, recuperandoli e aprendoli al pubblico.
A cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta ho lavorato con Renato Bazzoni. L’ho accompagnato in giro per l’Italia a spargere i semi della speranza. Erano momenti pionieristici, pochi ancora conoscevano il Fai. Intellettuali e imprenditori illuminati organizzavano nelle proprie città cene e conferenze offrendo a Bazzoni la possibilità di illustrare il suo progetto. Alcune delle donazioni ricevute dal sodalizio negli anni successivi si devono a quegli incontri. Bazzoni aveva moltissimo da raccontare e quando parlava produceva un magnifico fragore. Era convincente. La gente lo adorava.
La prima volta che visitai con lui Torba (che tra l’altro è un luogo adatto per trascorrere la vostra Pasquetta), volgendo lo sguardo alla torre costruita con materiale ricavato dalla demolizione di complessi cimiteriali di epoca romana mi disse: “Non è meravigliosa la fine tessitura della pietra di fiume?”. Certo, è meravigliosa. Ma quasi certamente non me ne sarei accorto se non mi avesse avvicinato a tanta bellezza con il suo entusiasmo. Ancora oggi, ogni volto che poso lo sguardo su uno scorcio di paesaggio, un’opera d’arte o un monumento ringrazio Renato Bazzoni per avermi insegnato a osservare.
Se qualcuno mi domandasse di indicare l’italiano dei nostri tempi che più di ogni altro si è adoperato per le nostre bellezze non esiterei a indicare il suo nome. Due giorni fa Renato Bazzoni avrebbe compiuto 91 anni. È volato ai Campi Elisi troppo presto, prima ancora di vedere la sua creatura decollare in modo definitivo verso il successo e la popolarità. Oggi, l’abside della chiesetta del Monastero di Torba custodisce le sue spoglie. Diciassette anni fa, pochi giorni prima di accasciarsi per strada mentre raggiungeva il suo ufficio, era stato insignito della medaglia d’oro di Europa Nostra per la causa cui si era interamente dedicato. Come un combattente. Il riconoscimento assegnatogli da una federazione pan-europea che ospita al suo interno 250 Organizzazioni non governative attive in 50 Stati, fu il segno evidente di come la sua attività e la sua persona avessero travalicato i confini. Eppure sul suolo patrio, in questo Paese dalla memoria corta, la sua figura è poco conosciuta.