2

Il Belpaese consumato dal consumismo

Nel post pubblicato ieri ho cercato di sintetizzare le ragioni per cui la nostra economia non tornerà a crescere, perlomeno non nelle forme ossessive del passato. Forse un auspicio più che una previsione. Torno sul tema per rafforzare la tesi con due approfondimenti. Il primo giunge dalle pagine dei quotidiani di oggi, che offrono la consueta litania della mancata ripresa. L’esempio quotidiano è paradigmatico perché riguarda il mercato dell’automobile. Ve lo propongo nella versione del Corriere della Sera, visti i rapporti ‘familiari’ fra il quotidiano di via Solferino e il marchio automobilistico nazionale. Vorrei richiamare la vostra attenzione sulle previsioni degli analisti (lo so, il termine ormai fa sorridere molti): niente ripresa fino al 2019. Nel 2009 si era vaticinata la ripresa entro il 2010, nel 2010 entro il 2011 e così via. Adesso hanno pensato bene di prendersi qualche anno in più di agio, così siamo già arrivati alle soglie del 2020. Ma tra sette anni molte più persone si saranno rese conto che un’auto usata con parsimonia e tenuta con cura ha un ciclo vitale lungo, quindi il processo di ‘demotorizzazione’ delle famiglie sarà più spinto e di conseguenza la capacità produttiva degli stabilimenti risulterà ancora più inadeguata per eccesso. Possiamo solo confidare che da qui al 2020 una parte consistente degli investimenti privati e dei sostegni pubblici sia destinata a nuove forme di economia, quali la custodia e il risanamento del territorio, la cultura, il turismo, in modo che la forza lavoro in uscita dai settori in crisi possa trovare nuove e più allettanti prospettive occupazionali altrove.
Il secondo approfondimento giunge invece da un video incluso in uno dei commenti (ringrazio l’autore) al mio post di ieri. Parla del nostro attuale sistema produttivo, di consumismo, inquinamento e multinazionali. La sua visualizzazione richiede un po’ di tempo ma, credetemi, ne vale la pena. Se non siete ancora del tutto convinti di essere finiti in una gigantesca trappola per topi, dopo aver seguito attentamente questo video aggiungerete perlomeno un tassello al vostro processo verso la consapevolezza.

8

Perché la nostra economia non si riprenderà

Lo so, questo post parte con un titolo fastidioso. Se siete fra quelli che vogliono solo sentirsi raccontare che presto l’economia italiana tornerà a correre a gonfie vele, e che dunque torneremo tutti quanti, o quasi, a consumare come polli d’allevamento, be’ il suggerimento è di chiudere la pagina. Se invece vi annoverate fra quanti hanno deciso di sottrarsi alla tirannia del credito forzato e alla schiavitù della fabbrica dell’uomo indebitato, allora procedete pure.
È la sacralità della merce e del suo consumo ad essere entrata in crisi, più ancora della nostra economia. L’edonismo consumistico avviato con il boom di fine anni Cinquanta/primi anni Sessanta ha raggiunto il suo culmine negli anni Ottanta. Tale edonismo ha travolto e sostituito ogni altro valore del passato con l’unico principio perseguito e diffuso: il benessere. In realtà col trascorrere degli anni una fetta via via più ampia di popolazione si è resa conto che il termine benessere non svelava una sana prosperità,  ma  celava piuttosto un bisogno irrazionale di consumare. Difatti se da un lato la qualità della nostra vita progrediva grazie alla disponibilità di nuove tecnologie, dall’altro contemporaneamente regrediva a causa dell’assunzione di ritmi sempre meno naturali e dell’inquinamento dilagante dei luoghi in cui viviamo. Allora, seppure con lentezza, hanno cominciato a diffondersi comportamenti più equilibrati, attenti all’impatto ambientale e sociale dei nostri consumi. Poi, fra il 2007 e il 2008 è arrivata la crisi, prima finanziaria, poi produttiva, ora sociale. Una massa gigantesca di persone hanno cominciato a frenare i propri consumi: alcuni lo hanno fatto per necessità, altri per timore, altri ancora per contagio. A questo punto è entrata in gioco la variabile impazzita, il cosiddetto cigno nero, cioè l’elemento imprevedibile che muta gli scenari. Fra la massa di persone che hanno cominciato a ridurre i consumi è cresciuto gradualmente il numero di coloro che si sono interrogati sui propri comportamenti pregressi. In parole povere molti hanno cominciato a comprendere che quell’affannarsi per soddisfare futili desideri era totalmente privo di senso. O, ancor meglio, che quell’arrembante corsa ai consumi non serviva ad accrescere la propria felicità, ma semmai ad alimentare un sistema al cui interno solo pochi traevano benefici esagerati. L’omologazione culturale che Pier Paolo Pasolini ha denunciato con quarant’anni di anticipo ha prodotto un esercito di consumatori edonisti privi di qualsiasi facoltà raziocinante. Per di più questa folle e disperata rincorsa al superfluo è stata accompagnata dallo squallore e dal degrado delle condizioni culturali di ampie fasce di cittadini, giovani e meno giovani che si sono illusi di potersi affrancare dalla loro condizione di miserabili indossando scarpe e occhiali griffati oppure guidando un’automobile che il più delle volte assorbiva gran parte delle loro disponibilità economiche.
Ora, quando il presidente di confindustria o il capo del governo, e con loro una pletora di economisti, opinionisti, editorialisti, invocano la crescita, non stanno pensando a null’altro che alla perpetuazione di quello stesso sistema da cui molti di voi si sono già allontanati o stanno tentando di sfuggire. Un sistema che vuole ricondurvi come un gregge nell’ovile, e l’ovile che vi attende è rappresentato da luoghi infernali dove non saprete resistere al desiderio di acquistare, quasi fosse il solo modo conosciuto per dimostrare di esserci. Luoghi dove perlopiù si vendono merci scadenti, perché l’economia dei consumi facili predilige prodotti di bassa fattura, che si logorino in fretta o si possano migliorare continuamente. La tradizione, il valore artigianale, la cura per il bello sono considerate soltanto perdite di tempo nella società opulenta della crescita “illimitata”.
Tutto risponde a un disegno preciso, quello di farci ripiombare nel ruolo di stolidi consumatori perennemente indebitati. Questa sì, sarebbe la fine di un’Italia già sufficientemente avvilita e degradata, in preda al vuoto dei valori e all’assoluto permissivismo. Ma gli appelli e le bieche manovre sostenute dai banchieri di destra e di sinistra non hanno fatto i conti con il crescente numero di italiani desiderosi di non tornare nel branco. Per questo, spero, la nostra economia non si riprenderà. Perlomeno non come vorrebbero ‘loro’.