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Adriano Olivetti: un re in esilio

Adriano-Olivetti

L’11 aprile del 1901 nacque Adriano Olivetti. L’11 aprile del 1976 apparve il primo Apple. Oltre che per la ricorrenza odierna, Adriano Olivetti e Steve Jobs sono stati accomunati dalla passione per il futuro e dalla straordinaria capacità di sognare. Molto si è detto circa il contributo di idee che il primo può avere fornito al secondo.
L’avventura umana e imprenditoriale di Adriano Olivetti costituisce un’efficace e malinconica sintesi della parabola discendente di questo Paese. È vero che, come ha scritto qualcuno, in tempo di crisi è facile manipolare l’utopia di Olivetti e piegare il suo mito ad altre esigenze. Allora atteniamoci ai fatti.
Attorno alla sua Ivrea, da alcuni definita “l’Atene degli anni Cinquanta”, Adriano Olivetti costruì una fabbrica che divenne il prototipo di un nuovo ordine in cui industria e cultura, profitto e solidarietà si erano stretti in un felice connubio. Gli operai della Olivetti vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, disponevano di asili e abitazioni, godevano di convenzioni. Anche all’interno della fabbrica la situazione era diversa: durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, ascoltare concerti, seguire dibattiti, e non c’era una divisione netta tra manager e operai, in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti.
La Olivetti degli anni Cinquanta fu anche una realtà all’avanguardia sul mercato. Nel ‘57 produsse il primo elaboratore elettronico al mondo, l’Elea 9003. Questo accadde qui, nel Paese occidentale che oggi figura tra i più arretrati sul fronte dell’innovazione tecnologica applicata in larga scala.
Il sogno, quel sogno che invero si era trasformato in realtà, si spezzò nel 1960, con la morte improvvisa di Adriano Olivetti. In breve l’impresa, che soffriva di una sottocapitalizzazione tipica del capitalismo nostrano, precipitò in una crisi finanziaria. A tre anni dalla morte di Olivetti, nel 1963, i debiti ammontavano al doppio del patrimonio netto e il gruppo rischiava di finire in mano a un pool di banche svizzere. È allora che la vicenda imboccò una strada che si riproporrà più volte nella storia industriale italiana. Un gruppo di intervento organizzato da Mediobanca, che contava su Fiat come partner industriale, “salvò” quell’impresa ricca di prodotti e competenze, ma povera di capitali. Le posizioni del presidente della Fiat, Vittorio Valletta (per cui l’elettronica di Ivrea era un «neo da estirpare») e di Enrico Cuccia (fautore della centralità della chimica per lo sviluppo italiano), fecero sì che, alla fine, nell’operazione di ristrutturazione si sacrificasse proprio il settore dell’elettronica, ceduto alla General Electric. La più grande industria italiana e la più influente banca d’affari posero così fine alla grande avventura. Per la verità l’azienda ha continuato a produrre elaboratori elettronici ancora per anni, pur perdendo la centralità del business. Saranno poi De Benedetti, Colaninno e la Pirelli a impiegare la scatola Olivetti per altre operazioni finanziarie note a tutti.
Ciascuno tragga da questa storia le dovute considerazioni sui meriti e le colpe del capitalismo tricolore. Nell’anno della sua nascita a me piace affidare il ricordo di Adriano Olivetti alle parole di Natalia Ginzburg, che così descrisse questo imprenditore anomalo in Lessico famigliare: «Lo incontrai a Roma per la strada, un giorno, durante l’occupazione tedesca. Era a piedi; andava solo, con il suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava, nella folla, un mendicante; e sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio, sembrava».

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L’importanza di un buon inizio

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Quella per le classifiche è una passione infantile, alla quale però è difficile sottrarsi. È un modo per catapultare chi ci ascolta o ci legge direttamente dentro il mondo delle nostre emozioni. Quand’ero molto giovane ero animato da un furore classificatorio: i dischi più forti, i film più emozionanti, i più bravi cantanti, i migliori attori e le più belle attrici, i piatti preferiti e via discorrendo. Anni dopo ho letto Alta fedeltà di Nick Hornby e mi sono riconosciuto nell’ossessione per la catalogazione del protagonista Rob. E siccome un certo delirio solipsistico in realtà non mi ha mai abbandonato del tutto, ecco la mia personalissima classifica dei dieci più belli incipit di tutti i tempi. Nick, te lo dico subito. Ci sei andato vicino, ma fra i primi dieci non ci sei

I dieci incipit più belli di tutti i tempi

Accadde a Megara, sobborgo di Cartagine, nei giardini di Amilcare.
Gustave Flaubert, Salambò

Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che forse esistono soltanto quando si è giovani, mio caro lettore.
Fedor Dostoevskij, Le notti bianche

Chiamatemi Ismaele.
Hermann Melville, Moby Dick

La storia ci aveva tenuti abbastanza in sospeso, lì intorno al fuoco.
Henry James, Giro di vite

Non c’è niente di meglio della Prospettiva Nevskij, almeno a Pietroburgo, dove essa è tutto.
Nikolaj Gogol, La Prospettiva Nevskij

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.
J.D. Salinger, Il giovane Holden

E così arrivammo alla fine di un altro stupido e lurido anno.
Don DeLillo, Americana

Mi era così profondamente radicata nella coscienza, che penso di aver creduto per tutto il primo anno scolastico che ognuna delle mie insegnanti fosse mia madre travestita.
Philip Roth, Lamento di Portony

Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: «Non fate malagrazie!»
Natalia Ginzburg, Lessico famigliare

Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era più bambina ed era appena tornata dal viaggio di nozze, andò in bagno, si mise davanti allo specchio, si sbottonò la camicetta, si sfilò il reggiseno e si cercò il cuore con la canna della pistola di suo padre, il quale si trovava in sala da pranzo in compagnia di parte della famiglia e di tre ospiti.
Javier Marias, Un cuore così bianco

Che ne dite? E i vostri incipit preferiti quali sono?