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Via Solferino: i barbari in casa

corriere della seraIl Comitato di redazione del Corriere della Sera è uscito oggi con un nuovo comunicato sindacale per denunciare lo stato di profonda crisi in cui versa l’azienda, lo potete leggere qui. In un passaggio viene formulata la seguente domanda: «Ma come possono azionisti come Fiat, Mediobanca, Intesa SanPaolo (il nucleo di comando della società) accettare che lo stato patrimoniale della Rcs venga saccheggiato come se il gruppo fosse alla disperazione?».
Le risposte sono due, semplici. Primo: il Gruppo è alla disperazione, peraltro come sottolineato dallo stesso Comitato di redazione in precedenti comunicati. È alla disperazione a causa dell’insipiente gestione che si è protratta per decenni, durante la quale le spese sono lievitate senza controllo elargendo compensi astronomici agli editorialisti per poche righe di commento e stipendi favolosi per i direttori, gli stessi che nel frattempo denunciavano l’immoralità del Paese. Milioni di euro spesi fra buonuscite e buonentrate per oliare il frenetico turnover dei manager, piani di ristrutturazione susseguitisi in continuazione senza che assurdi spechi venissero minimamente sfiorati. Ne ho parlato più diffusamente qui. La seconda risposta è ancora più semplice: Fiat, Mediobanca, Intesa SanPaolo sono il nucleo vitale di quell’imprenditoria e di quella finanza nazionale che hanno affossato nelle sabbie mobili l’intero sistema Italia proprio per poter continuamente saccheggiarlo a proprio piacimento e a totale soddisfazione dei propri interessi. Questo è ciò che accade da decenni, ma naturalmente questa è una storia che non avete mai letto e mai leggerete sul Corriere della Sera.

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Adriano Olivetti: un re in esilio

Adriano-Olivetti

L’11 aprile del 1901 nacque Adriano Olivetti. L’11 aprile del 1976 apparve il primo Apple. Oltre che per la ricorrenza odierna, Adriano Olivetti e Steve Jobs sono stati accomunati dalla passione per il futuro e dalla straordinaria capacità di sognare. Molto si è detto circa il contributo di idee che il primo può avere fornito al secondo.
L’avventura umana e imprenditoriale di Adriano Olivetti costituisce un’efficace e malinconica sintesi della parabola discendente di questo Paese. È vero che, come ha scritto qualcuno, in tempo di crisi è facile manipolare l’utopia di Olivetti e piegare il suo mito ad altre esigenze. Allora atteniamoci ai fatti.
Attorno alla sua Ivrea, da alcuni definita “l’Atene degli anni Cinquanta”, Adriano Olivetti costruì una fabbrica che divenne il prototipo di un nuovo ordine in cui industria e cultura, profitto e solidarietà si erano stretti in un felice connubio. Gli operai della Olivetti vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, disponevano di asili e abitazioni, godevano di convenzioni. Anche all’interno della fabbrica la situazione era diversa: durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, ascoltare concerti, seguire dibattiti, e non c’era una divisione netta tra manager e operai, in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti.
La Olivetti degli anni Cinquanta fu anche una realtà all’avanguardia sul mercato. Nel ‘57 produsse il primo elaboratore elettronico al mondo, l’Elea 9003. Questo accadde qui, nel Paese occidentale che oggi figura tra i più arretrati sul fronte dell’innovazione tecnologica applicata in larga scala.
Il sogno, quel sogno che invero si era trasformato in realtà, si spezzò nel 1960, con la morte improvvisa di Adriano Olivetti. In breve l’impresa, che soffriva di una sottocapitalizzazione tipica del capitalismo nostrano, precipitò in una crisi finanziaria. A tre anni dalla morte di Olivetti, nel 1963, i debiti ammontavano al doppio del patrimonio netto e il gruppo rischiava di finire in mano a un pool di banche svizzere. È allora che la vicenda imboccò una strada che si riproporrà più volte nella storia industriale italiana. Un gruppo di intervento organizzato da Mediobanca, che contava su Fiat come partner industriale, “salvò” quell’impresa ricca di prodotti e competenze, ma povera di capitali. Le posizioni del presidente della Fiat, Vittorio Valletta (per cui l’elettronica di Ivrea era un «neo da estirpare») e di Enrico Cuccia (fautore della centralità della chimica per lo sviluppo italiano), fecero sì che, alla fine, nell’operazione di ristrutturazione si sacrificasse proprio il settore dell’elettronica, ceduto alla General Electric. La più grande industria italiana e la più influente banca d’affari posero così fine alla grande avventura. Per la verità l’azienda ha continuato a produrre elaboratori elettronici ancora per anni, pur perdendo la centralità del business. Saranno poi De Benedetti, Colaninno e la Pirelli a impiegare la scatola Olivetti per altre operazioni finanziarie note a tutti.
Ciascuno tragga da questa storia le dovute considerazioni sui meriti e le colpe del capitalismo tricolore. Nell’anno della sua nascita a me piace affidare il ricordo di Adriano Olivetti alle parole di Natalia Ginzburg, che così descrisse questo imprenditore anomalo in Lessico famigliare: «Lo incontrai a Roma per la strada, un giorno, durante l’occupazione tedesca. Era a piedi; andava solo, con il suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava, nella folla, un mendicante; e sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio, sembrava».